Scienze

Il recupero dei ricordi dimenticati

Alcuni studi fanno nuova luce sul funzionamento della memoria: anche ricordi che sembravano persi per sempre possono essere riportati alla mente.

Se cerchiamo di tenere a mente un numero di telefono, la più piccola distrazione ce lo fa dimenticare. Ma il ricordo non è perso per sempre: un gruppo di scienziati di alcune università americane è riuscito in un esperimento a far riemergere nella memoria di alcune persone informazioni che sembravano svanite. Un tassello in più che si aggiunge al complicato puzzle sui meccanismi di funzionamento della memoria.

Tracce di memoria. Per far funzionare la cosiddetta memoria di lavoro, quella che utilizziamo quando per l’appunto cerchiamo per esempio di ricordare un numero, si è sempre pensato che fosse necessario che il gruppo di neuroni coinvolti nella codifica di quel ricordo si mantenesse attivo durante quel compito. Il nuovo studio dimostra che questo non è necessario: alcune tracce di memoria rimangono in qualche modo latenti, anche quando si indebolisce l’attività dei neuroni che le sostengono, pronte a riemergere al momento opportuno e in certe condizioni.

Il ricordo scompare E riappare. Nell’esperimento, a un gruppo di volontari è stato chiesto di osservare degli oggetti su uno schermo (volti o parole). Nel frattempo, venivano avvertiti che uno di essi era più importante da ricordare.

Con l'età la memoria tende a peggiorare, ma in condizioni di invecchiamento normale arrivano un significativo miglioramento delle funzioni linguistiche (dato dall'esperienza) e migliori abilità nell'appianare i conflitti, nel giudicare le persone, e nel controllare le proprie emozioni. © John Lund/Blend Images/Corbis

Misurando l’attività cerebrale dei soggetti dediti al compito, i ricercatori hanno visto che il circuito neuronale utilizzato per memorizzare l’oggetto pian piano svaniva mentre venivano distratti da altri stimoli. Non del tutto, però, come si pensava.

Successivamente, infatti, i ricercatori sono riusciti a riattivarlo con un “trucco”: una stimolazione con la risonanza magnetica transcranica, una tecnica che permette con brevi impulsi magnetici di attivare o disattivare alcune zone della corteccia cerebrale o circuiti di neuroni.

Il trucco ha funzionato però solo per far tornare alla memoria gli stimoli che erano stati definiti importanti. Secondo i ricercatori è la dimostrazione dell’esistenza di un meccanismo di memoria che consente di tenere in stand-by alcune informazioni, ed eventualmente recuperarle, prima di memorizzarle in maniera più sicura oppure perderle definitivamente.

Memoria neonata. Un altro studio recente ha fatto luce su un fenomeno della memoria che incuriosisce e affascina: perché non abbiamo ricordi dei primissimi mesi e anni di vita.

Per studiare questo meccanismo, un gruppo di ricercatori della New York University ha fatto un esperimento con ratti di poche settimane, un’età considerata equivalente ai 2-3 anni di un bambino. Gli animali sono stati messi in una scatola con due comparti, uno buio e uno illuminato. Mentre si trovavano nella parte buia, gli animali hanno ricevuto una piccola scossa elettrica su di una zampa. Passato un po’ di tempo, quello necessario a far sì che anche negli animali si sviluppi l’amnesia dei primi ricordi, i topi sono stati di nuovo messi nella scatola, liberi di vagare a piacere.

Anche quando si trovavano nella parte buia, collegata alla scossa, gli animali non hanno mostrato particolare paura o ansia: non ricordavano l'esperienza. In un ambiente completamente diverso, allora, hanno ricevuto un’altra piccola scossa, e infine sono stati posti di nuovo nella solita scatola.

Paura del buio. A quel punto, i ratti hanno mostrato chiari segnali di ansia verso la parte buia, e hanno cominciato a evitarla. In qualche modo - sostengono i ricercatori - il ricordo era stato richiamato, a dimostrazione che i ricordi della prima infanzia non sono cancellati, ma sono riportati a galla solo in particolari condizioni o grazie a certe associazioni.

Informazioni sovrascritte. Gli scienziati sono andati anche oltre: secondo loro l’amnesia infantile dipende dalla maturazione dell’ippocampo, una struttura del cervello fondamentale per la memoria. I primi ricordi vengono sovrascritti da altri più recenti via via che l’ippocampo si sviluppa e matura: le loro tracce sono più labili e più difficilmente recuperabili, ma sono ancora lì.

1 dicembre 2016 Chiara Palmerini
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