Scienze

Il plancton dall'occhio (quasi) umano

Un minuscolo dinoflagellato vanta una struttura visiva che ricorda l'organo della vista di animali complessi. La scoperta nelle acque di Canada e Giappone.

Un organismo planctonico unicellulare ha evoluto una versione in miniatura, e altamente complessa, di organo visivo per riuscire a identificare i movimenti delle sue prede.

La struttura, la più evoluta e simile a un occhio umano mai osservata in un organismo così semplice, è stata scoperta da un team di ricercatori dell'Università della British Columbia (Canada) che ha descritto lo studio su Nature.

Déjà vu. «L'occhio primitivo o ocello contiene una gamma di organelli subcellulari che somigliano molto a cristallino, cornea, iride e retina degli occhi multicellulari presenti nell'uomo e in altri grandi animali» spiega Greg Gavelis, primo autore della ricerca.

«L'organizzazione interna delle componenti retiniche ricorda i filtri polarizzati delle lenti di fotocamere e occhiali da sole» aggiunge Brian Leander, un altro ricercatore. «È costituita da centinaia di membrane ravvicinate e disposte in parallelo».

La struttura dell'ocello vista al microscopio ottico, in un'illustrazione e con un microscopio elettronico a scansione. © Hoppenrath and Leander

Occhi "rubati"? Gli scienziati hanno raccolto campioni dei microrganismi - protozoi marini appartenenti alla famiglia dei Warnowiidae e all'ordine dei dinoflagellati - nelle acque della British Columbia e del Giappone. Gli ocelli osservati erano talmente complessi che la prima ipotesi è stata che si trattasse degli occhi di una creatura di cui i microrganismi si erano nutriti.

Non mi sfuggi. Ma studi ulteriori hanno chiarito che gli ocelli sono il prodotto di un processo evolutivo, che permette ai microrganismi di individuare i cambiamenti di luce causati dal movimento delle loro prede (cellule trasparenti che si spostano nel plancton).

I dinoflagellati possiedono caratteristiche sia animali (come appunto organi di movimento, fotocettori, predazione) sia vegetali (compiono la fotosintesi; contengono pigmenti e cellulosa). Gli organismi osservati utilizzano una struttura ad arpione per cacciare le cellule-prede; l'ipotesi è che l'ocello comunichi al resto dell'organismo in che direzione spostarsi.

La ricerca ha portato alla luce un altro esempio di evoluzione convergente. In questo caso, organismi molto diversi e distanti tra loro (dinoflaggelati e animali complessi come l'uomo) hanno sviluppato organi simili in risposta alle condizioni ambientali in cui vivono.

3 luglio 2015 Elisabetta Intini
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