Homo naledi: le domande ancora aperte

La scoperta della nuova specie del genere Homo pone ai paleontologi molte più domande delle risposte che potrebbe offrire. Vediamo quali sono alcune di esse e i dubbi che solleva.

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Una ricostruzione dell'Homo naledi. Quando visse? Perché 15 individui sono tutti finiti in una medesima grotta? Domande a cui si deve ancora dare una risposta

La scoperta di una nuova specie del genere Homo, l'Homo naledi, è la notizia scientifica del giorno - forse dell'anno - e l'avete sentita persino ai telegiornali. Ma cerchiamo di inquadrare l'importanza e l'eccezionalità di questa scoperta con alcune domande che il ritrovamento lascia aperte.

 

L'aver trovato una nuova specie di Homo non è di per sé una scoperta che crea problemi ai paleontologi, anzi generalmente arricchisce le caselle mancanti della lunga evoluzione che dai primi mammiferi ha portato all’Homo sapiens.

 

Ma l’Homo naledi è davvero un’eccezione.

 

 

A chi appartengono le ossa?
Le ossa ritrovate appartengono a 15 individui di una specie primitiva di uomini. Gli adulti maschi dovevano essere alti circa 1,50 metri e pesare circa 45 kg. Non ci sono evidenti e importanti differenze tra gli oltre 1.500 resti e questo ci fa pensare che siano appartenuti tutti a individui della stessa specie.

 

Mma i resti sono di individui di sesso ed età diverse. E questo è un'aspetto molto importante della scoperta: è la prima volta che si trovano così tanti individui della stessa specie.

 

In più, come spiega l’unico membro italiano dell’equipe che ha studiato i ritrovamenti, Damiano Marchi, antropologo dell’Università di Pisa, la presenza di tutti le ossa ha permesso di ricostruirne la morfologia in maniera accurata.

 

Che caratteristiche ha questa nuova specie?

Si tratta di una specie molto particolare perché ha caratteristiche moderne, simili a quelle dell'Homo sapiens, e caratteristiche molto antiche.

 

Tra le prime vi sono i denti che sono piccoli e molto simili ai nostri. I piedi poi, dicono di un essere che doveva camminare su due gambe come noi tutti, ma che al contempo, per la forma delle dita delle mani, poteva vivere anche sulle piante lanciandosi da un ramo all’altro.

 

La ricostruzione con stampa in 3D del teschio dell'Homo naledi.

Tra le seconde - quelle più antiche - c'è il cervello, grande un terzo di quello umano, pari a 500 mililitri (quanto un'arancia).

 

Ma queste caratteristiche lasciano dubbioso qualche ricercatore nell’aver fatto rientrare questi individui nel genere Homo.

 

Tra questi Jerry Coyne, biologo della Chicago University, il quale pone il dubbio se non possa essere fatto rientrare nel genere Australopiteco, in quanto anche alcune di queste specie camminavano su due zampe.

 

DOVE SONO FINITE LE CARATTERISTICHE UMANE?

Perché  le caratteristiche “umane” del naledi non sono state trovate nelle specie successive, ma si ritrovano solo un paio di milioni di anni dopo?

 

Le risposte possono essere tante, ma potrebbe essere che in realtà non abbiamo trovato ancora quelle specie che le hanno mantenute, mentre per il momento sono venute alla luce solo specie che hanno cavalcato un’altra linea evolutiva. Oppure che le caratteristiche umane si persero perché non erano le più adatte per la sopravvivenza in quel periodo geologico.

 

 

A quando risale l'Homo naledi?

L’età dell’Homo naledi è uno dei principali nodi da sciogliere. Al momento si sostiene che dovrebbe avere un’età di 3 milioni di anni, perché la grotta ha quell’età. Ma potrebbe essere più giovane. Due milioni? 500 mila anni? Se così fosse, la scoperta sarebbe molto meno sorprendete.

 

A questa domanda si deve dare una risposta al più presto, anche se non sarà facile perché mancano i conuseti strumenti classici per la datazione, come gli stati geologici o resti animali o vegetali coevi.

 

Anche gli Australopitechi talora camminavano su due zampe. Lucy è il più famoso esempio.

Dunque Homo naledi NON è un nostro progenitore?

Allo stato attuale della ricerca non lo si può dire con certezza. È troppo presto per affermare che è direttamente sulla linea evolutiva dell'Homo sapiens.

 

L'albero genealogico dell'uomo (riadattato dallo Smithsonian's National Museum of Natural History). Ingrandisci immagine.

Ma allora come si è evoluto il genere umano?

Da anni ormai sappiamo che l’evoluzione dell'uomo non ha avuto una linea continua, come i testi scolastici degli Anni '50 e '60 ci mostravano, ma è avvenuta come i rami di un albero: mentre alcuni cadevano o si fermavano, altri nascevano. Finché ha preso il sopravvento il ramo della nostra specie che chiamiamo Homo sapiens.
 
Tuttavia chi è veramente umano? Lo stesso Lee Berger, autore della ricerca, ritiene che la scoperta di nadeli deve portare gli scienziati a ripensare cosa sia le definizione di “essere umano”, tanto che egli è piuttosto riluttante a descrivere l’Homo naledi come “umano”.

Ritornando al ritrovamento, abbiamo scoperto una tomba?

Come sono finiti così tanti individui (15 è veramente un numero elevato per le tribù di quel periodo) in una sola grotta? I ricercatori per il momento sostengono che non possono essere stati portati lì da animali predatori, ma che siano stati portati volutamente da compagni del gruppo al momento della loro morte.

 

Ammesso che altre cause non li abbiano costretti a rifugiarsi nella grotta dove hanno trovato la morte (una guerra tra clan, un evento calamitoso o altro), o che siano stati “buttati" al suo interno per l’odore che emanavano da morti, ma che siano stati volutamente deposti dai compagni nella grotta questo potrebbe voler dire che i “pensieri” di quegli esseri potevano essere molto più progrediti dei loro contemporanei e dei loro successori. Deporre un convivente in un cimitero, significa per lo meno avere rispetto per il cadavere, un “valore umano” arrivato anch’esso definitivamente milioni di anni dopo. 

 

11 Settembre 2015 | Luigi Bignami