Scienze

Homo 2.0: da sapiens a tecnologicus? Forse, ma solo per i ricchi

E se l’evoluzione biologica del genere umano fosse guidata dalla tecnologia? È il fantascientifico ma non impossibile scenario tratteggiato dallo storico Yuval Harari.

Il genere umano potrebbe progressivamente slegarsi dal processo evolutivo e svilupparsi secondo un modello tecnologico progettato dall’uomo stesso: potremo cioè modificare e migliorare il nostro corpo e le nostre prestazioni grazie a estensioni bioniche, biomeccaniche ed elettroniche, ma anche grazie alla chimica e all’ingegneria genetica.

È la suggestiva ma inquietante tesi proposta dallo storico israeliano Yuval Noah Harari nel suo ultimo libro Sapiens. A brief history of human mankind (Ed. Harvill Secker 2014).

Oltre la protesi. Secondo Harari nel corso del XXI secolo il genere umano assisterà a una vera e propria rivoluzione tecnologica grazie alla quale deficit fisici come cecità, sordità o difetti cardiovascolari saranno completamente sconfitti da nuovi protocolli e nuovi dispositivi. E funzioneranno così bene che le performance dei riceventi saranno migliori rispetto a quelle degli individui normodotati.

Peccato però che queste tecnologie saranno accessibili solo ai più ricchi. Un esempio? Gli impianti cocleari collegati al sistema nervoso che, già oggi, possono restituire l’udito a chi non ci sente ma al costo di 25-30.000 euro l’uno.

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Biotech divide. Per lo storico insomma, i prossimi decenni saranno all’insegna della divisione e della disuguaglianza.«Per tutto il XX secolo uno degli obiettivi della medicina è stato quello di rendere accessibile a tutti un livello minimo di salute. Nel XXI secolo invece la missione sarà quella di superare la normalità, di vivere più a lungo, di avere una memoria o delle facoltà migliori. E si tratta di un progetto non egualitario» spiega in un’intervista al Guardian.

Nel suo libro Harari afferma che il progresso scientifico e le evoluzioni tecnologiche dell’organismo umano accentueranno ancora di più il divario tra ricchi e poveri. Basti pensare alle Brain-Computer Interfaces (BCI), i dispositivi attualmente allo studio che dovrebbero aiutare i disabili a muovere con il pensiero protesi robotiche o arti danneggiati.

Cervelli connessi. Ma cosa dobbiamo aspettarci dal mondo della ricerca? Secondo Harari lo scenario che ci attende è da film di fantascienza: per esempio BCI particolarmente evolute che si collegheranno direttamente a Internet offrendo ai portatori l’accesso senza limiti alle informazioni e una possibilità di memorizzazione infinita.

E poi c’è la genetica: tecnologie recenti come la Crispr (Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats) che oggi consentono agli scienziati di modificare il genoma umano con estrema precisione per correggere geni difettosi che causano disfunzioni, in futuro saranno impiegate per migliorare le perfomance. Ci stanno già lavorando al Beijing Genomics Institute, dove sono in corso ricerche finalizzate ad aumentare l’intelligenza modificando geneticamente gli embrioni (per ora solo di animali).

Un uomo nuovo. Secondo Harari la prospettiva è quella di una speciazione tecnologica: l’uomo potrebbe cioè, grazie alle scienza, creare differenti specie umane, ciascuna con caratteristiche proprie. Un incubo? Probabilmente sì. Realizzabile? Da un punto di vista teorico… sì.

E, come spesso accade, i più ricchi sarebbero i primi ad avere accesso a questi upgrade biologici. Con il passare degli anni il costo delle tecnologie decrescerebbe e sarebbe adottato dalle masse, ma solo per lasciare spazio a nuovi, e ancor più costosi, miglioramenti.

10 settembre 2014 Rebecca Mantovani
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