Scienza

Gli ipercarnivori del passato

Nel Pleistocene, predatori di grandi dimensioni tenevano a bada diffusione e voracità degli erbivori, salvaguardando gli ecosistemi. Un equilibrio rotto dall'avvento della presenza umana.

Quando gli elefanti - nomadi e ghiotti di piante - sono confinati in un ristretto areale, finiscono col devastare la vegetazione. Immaginate quale doveva essere la situazione nel Pleistocene, con la flora terrestre in balia di mammut, mastodonti, bradipi giganti e altri erbivori extralarge. Che cosa impedì a questi animali di radere al suolo il paesaggio?

La presenza di enormi predatori "ipercarnivori", due volte più grossi di lupi, leoni e iene di oggi: lo stabilisce uno studio appena pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences. La più grande iena delle caverne, una sottospecie estinta di iena maculata, sarebbe stata in grado di abbattere, da sola, un giovane mastodonte di più di una tonnellata di peso. Alleandosi con le sue simili, avrebbe messo ko anche un mastodonte di 9 anni e due tonnellate di peso.

Denti. Gli scienziati sono riusciti nell'impresa di stimare le dimensioni degli estinti carnivori grazie a un tipo di reperto fossile presente in abbondanza: i denti. Collaudate formule matematiche consentono di ipotizzare la stazza di un predatore con buona approssimazione a partire da un solo molare. Il lavoro di Blaire Van Valkenburgh, paleontologa dell'Università della California, Los Angeles, si è mosso in questa direzione.

Lavoro di squadra. Oggi, gli elefanti sembrano quasi immuni dai predatori, salvo quando cadono vittime di attacchi coordinati dei leoni: da qui, l'ipotesi che anche gli antichi predatori cacciassero in branchi. «Gran parte della scienza moderna si basa sugli ultimi 50-100 anni» ha detto Van Vallenburgh. Ma le popolazioni di felini, lupi e altri grossi predatori dovevano essere ben più imponenti e organizzate prima della massiccia azione umana sugli ecosistemi.

28 ottobre 2015 Elisabetta Intini
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