Gli effetti della povertà sul cervello dei bambini

Uno studio evidenzia la possibile associazione tra reddito e anatomia del cervello, oltre che tra reddito e sviluppo delle capacità cerebrali: un monito in più per migliorare le opportunità a scuola e nella vita di tutti i bambini.

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Bambini in una scuola di frontiera Ecuador/Colombia.|Ilaria Lazzarini

Vivere in povertà sembra avere effetti dannosi sul cervello, evidenti nella sua stessa anatomia. È l’effetto osservato in uno dei più ampi studi di questo genere, ma anche un argomento assai scottante e dibattuto.

 

Disparità. Che le differenze socio-economiche, un reddito familiare più basso e un grado di istruzione inferiore dei genitori siano associate a disparità nello sviluppo cognitivo è un fatto noto ai ricercatori, e già evidenziato in numerose ricerche.

 

I bambini nati in famiglie più ricche ottengono in media punteggi migliori nei test che misurano il quoziente intellettivo, lo sviluppo del linguaggio, la capacità di leggere e così via. In studi più recenti è stato anche osservato che il reddito più alto si associa a un’estensione maggiore delle aree cerebrali coinvolte nella memoria e nel linguaggio. Ma queste ricerche hanno diversi limiti. Innanzitutto, negli Stati Uniti dove la maggior parte di questi studi sono svolti, spesso i ceti più poveri sono quelli di origine etnica non bianca, e questo rende difficile scindere il fattore “povertà” da quello relativo a eventuali differenze di origine genetica.

 

Può la povertà influire sull'anatomia del cervello?

 

Inoltre, reddito ed educazione dei genitori vengono spesso considerati un tutt’uno, mentre ad avere influenza sullo sviluppo cognitivo potrebbe essere tanto l’ambiente materialmente più povero, magari la malnutrizione, quanto altri fattori come gli stimoli da parte dei genitori, giocattoli, opportunità migliori nell’educazione. E in ogni caso: può la “povertà” tradursi in differenze effettive nella struttura del cervello, prima ancora che a risultati peggiori in ambito cognitivo?  È quanto i ricercatori dello studio, pubblicato su Nature Neuroscience, hanno cercato di verificare.

 

 

Cervello sotto esame. Il team di neuroscienziati guidato da Kimberly Noble della Columbia University di New York e da Elizabeth Sowell del Children’s Hospital di Los Angeles ha sottoposto a risonanza magnetica 1.099 bambini e adolescenti, dai tre ai vent’anni, in diverse città degli Stati Uniti, per misurare l’estensione della superficie della corteccia cerebrale, che da diverse ricerche risulta crescere durante l’infanzia e l’adolescenza sulla base dell’esperienza maturata. Anche tenendo conto delle origini etniche dei vari partecipanti allo studio (che comportano lievi differenze nella struttura del cervello), lo stato socio-economico è risultato associato in maniera significativa all’estensione della superficie del cervello. In altre parole, il cervello dei bambini delle famiglie con reddito più basso - meno di 25mila dollari l’anno - aveva fino al 6 per cento in meno di area della superficie della corteccia rispetto ai bambini di famiglie con reddito superiore ai 150mila dollari.

 

Le differenze erano più evidenti nelle aree cerebrali critiche per lo sviluppo del linguaggio, delle funzioni esecutive (per esempio l’attenzione) e della memoria. Un’altra osservazione è stata che il peso del reddito si fa sentire molto di più verso il basso, dove anche un incremento modesto produce un aumento notevole dell’area della corteccia del cervello, piuttosto che per i redditi più alti. Anche l’educazione dei genitori è risultata associata in maniera significativa con la superficie totale della corteccia: per ogni anno di scuola in più frequentato da papà e mamma si è osservato un aumento dell’area della corteccia nei bambini e negli adolescenti.

 

 

Basta poco. Lo studio non spiega il perché della correlazione tra le differenze di reddito e quelle anatomiche. Potrebbe essere l’ambiente di vita più povero, più stressante, a influenzare lo sviluppo del cervello, perfino prima che il bambino nasca. Oppure potrebbe semplicemente essere che le famiglie più ricche possono permettersi maggiori stimoli cognitivi per i loro figli. Probabilmente entrambe le cose. «Il cervello si sviluppa per un lungo periodo, per tutta l’infanzia e l’adolescenza», ha detto Sowell, una delle due responsabili dello studio. Se ce ne fosse bisogno, anche le neuroscienze dicono che qualunque intervento che tenda a migliorare le condizioni socio-economiche o ad arricchire di stimoli l’ambiente di un bambino può contribuire a fare una grande differenza, a scuola e nella vita.

 

 

22 Aprile 2015 | Chiara Palmerini