La grande storia della diversità umana

Nuove scoperte sollevano dubbi sulla nostra specie come “perfetta” e incontaminata, una specie di percorso senza ostacoli che va da Adamo ed Eva ai grattacieli e a Internet. La genetica conferma invece che siamo quasi un patchwork di geni provenienti da “uomini” diversi, che si sono incontrati in posti e in momenti differenti.

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Una ragazza guarda attraverso una replica di un cranio di Neanderthal. Con i nostri "cugini" di un tempo abbiamo in comune dall'1 al 4% dei geni. |

Chissà cosa dicono i “teorici della razza”, coloro che ritengono l'uomo l'ultima tappa di una marcia verso la perfezione, quelli che pensano che niente avvenga per caso. Nuove scoperte sollevano dubbi sulla nostra specie come “perfetta” e incontaminata, una specie di percorso senza ostacoli che va da Adamo ed Eva ai grattacieli e a Internet. La genetica sembra confermare invece che siamo quasi un patchwork di geni provenienti da “uomini” diversi, che si sono incontrati in posti e in momenti differenti. Su una base di geni di Homo sapiens si sono così innestati pezzi di Dna di almeno altre due specie, o forse di più, fino a creare una specie di chimera.

Incontri fugaci
La nostra uscita dall'Africa, circa 70.000 anni fa, è stata infatti solo l'inizio di una serie di incontri-scontri con altre specie, come gli uomini di Neanderthal e quelli di Denisova, che abitavano in Europa e in Asia da molto prima dei nostri antenati, e che sono scomparsi da millenni. Gli accoppiamenti, se ci sono stati, hanno lasciato nel nostro patrimonio genetico “frammenti” di geni che forse sono stati utili per sopravvivere in ambienti nuovi e ostili. Sempre che la ricostruzione della genetica sia quella corretta, cosa di cui alcuni studiosi dubitano.

Nelle prossime pagine vi raccontiamo la storia intricata e affascinante di una specie-mosaico: la nostra.

 

Tutta la storia cominciò con il sequenziamento, avvenuto in un laboratorio tedesco circa due anni fa, di molti tratti del Dna di tre femmine di Neanderthal, i cui scheletri furono trovati in una grotta in Croazia; la lettura del loro patrimonio genetico portò alla scoperta che i non africani hanno in comune coi Neanderthal un 1-4% in più degli africani.
(vedi notizia della scoperta).

Crollano le prime teorie
Gli studiosi stessi rimasero sorpresi: Svante Pääbo, genetista svedese del Max Planck Institut in Germania, che guidava il gruppo di ricerca, pensò che i primi risultati fossero sbagliati, pieni di grossi errori statistici. L'opinione prevalente, fino a quel momento, era infatti che uomini e neanderthaliani fossero due specie completamente distinte e che quindi, come accade in quasi tutti gli animali, non ci potesse essere stato nessuno scambio di geni.

Uscita dall'Africa
I paleontologi avevano infatti stabilito che le nostre strade si divisero circa 400.000-500.000 anni fa, quando alcune popolazioni dell'antenato comune alle due specie (che noi chiamiamo Homo heidelbergensis) uscirono dall'Africa, dirigendosi verso l'Europa, mentre il grosso rimaneva in Africa. Nel nostro continente questa specie si adattò al clima più freddo e secco, diventando l'uomo di Neanderthal, mentre in Africa sorse, circa 150.000 anni fa, l'Homo sapiens vero e proprio.

Ricongiungimento con un lontano parente
Circa 70.000-80.000 anni fa la sceneggiatura si ripeté; questa volta qualche migliaio di uomini veri e propri uscì dall'Africa per dirigersi prima verso la Palestina, poi verso est, l'Asia e la lontanissima Australia. Separati da migliaia di anni, si pensava, non era possibile che maschi e femmine delle due specie si trovassero interessanti fino ad accoppiarsi e avere una discendenza. E invece...

 

La scoperta di un eccesso di geni neandertaliani nel DNA degli europei e degli asiatici non fu però che il primo passo. Le sorprese non erano finite, ma a questo punto cominciarono i veri misteri: prima di tutto la piccola percentuale di geni in comune con i nostri cugini estinti era presente negli europei e negli asiatici, ma non negli africani. E la sorpresa è diventata stupore (o, come si dice, il mistero si infittisce) quando nel Dna di alcune popolazioni di isole del Pacifico, dell'Australia e della Nuova Guinea sono stati trovati varianti di geni ancora più strane e differenti dai nostri.

Lo sconosciuto della Siberia
Ancora una volta Pääbo è andato a cercare da dove provenissero questi pezzi di Dna. E ha scoperto che le stesse sequenze erano presenti anche in un quasi sconosciuto “uomo”, di cui in Siberia sono stati scoperti pochi frammenti (un dente e l'ultima falange di un dito); dal nome della grotta sugli Altai dove sono state ritrovate le ossicine, questa specie è stata chiamata uomo di Denisova. Altro che marcia trionfale di conquista, quindi; la storia della nostra specie diventa sempre più complicata e, per certi versi, sordida.

Ricostruiamo allora cos'è successo, secondo i genetisti, dopo la nostra uscita dall'Africa (vedi pagina seguente).

 

Quando i rappresentanti della nostra specie, usciti dall'Africa, incontrarono una folta popolazione di neanderthaliani, tra maschi e femmine delle due specie scoccò una scintilla, con quel che segue; gli accoppiamenti diedero origine a una prole fertile (che quindi a sua volta poteva avere figli) e una parte del Dna degli uomini o delle donne di Neanderthal è rimasta nel nostro patrimonio genetico. Chris Stringer, paleontologo del Museo di storia naturale di Londra, la spiega così: «Il fatto che ci sia la stessa percentuale di geni proveniente dai Neanderthal e presente in europei, cinesi e abitanti della Nuova Guinea sembra possa essere spiegata solo da quello che è accaduto circa 60.000 anni fa, prima che queste popolazioni prendessero ognuno la propria strada». Quindi appena usciti dall'Africa, e poco dopo aver incontrato i neanderthaliani.

Passaggio a sud-est
Qui iniziano però i primi dubbi: nonostante lo scenario raccapricciante, nessuno studioso ci vede niente di strano: «Sì, il tutto è plausibile», dice Antonio Torroni, genetista di Pavia. «In fondo uomini moderni e neanderthaliani sono evolutivamente ancora abbastanza vicini; 500.000 anni non sono poi moltissimi, e può quindi darsi che teoricamente le nostre specie potessero accoppiarsi. Però...». Il problema, dice anche il genetista Guido Barbujani, di Ferrara, autore di molti ottimi libri divulgativi sull'evoluzione della specie umana, è che non è affatto chiaro dove si siano incontrati sapiens e neanderthalensis. «Quando la nostra specie uscì dall'Africa, sembra certo che la strada presa non fu solo verso nord-est, la Palestina e poi l'Europa e l'Asia, come si pensava un tempo, ma anche quella a sud, cioè l'attuale stretto di Bab-el-Mandeb e quindi la costa meridionale dell'Arabia e dell'India».

Ma dove hanno "consumato"?
Dove si sarebbero viste per la prima volta le due popolazioni? E come mai allora, se non c'è stato nessun incontro, c'è questa somiglianza tra noi e neanderthal? «Il mio parere è che questa somiglianza risalga a tempi molto molto più antichi. Secondo me in Africa c'erano due gruppi distinti: uno ancestrale a europei, asiatici e neandertaliani, e un altro alle altre popolazioni africane». Ed è proprio dal primo gruppo che sono derivati i geni che adesso troviamo negli europei, negli asiatici e nella popolazioni del Pacifico. Anche perché, come afferma Barbujani: «Si è stabilito che negli uomini moderni non c'è nessun contributo femminile che proviene dai neanderthaliani. Quindi sarebbero stati i maschi ad accoppiarsi con le femmine umane; e questo non accade quasi mai quando una popolazione invade. Per quanto ne sappiamo, studiando per esempio quello che è successo nelle Americhe dal Cinquecento in poi, sono soprattutto i maschi invasori che si accoppiano con le femmine della popolazione invasa».
Magari con la forza.

 

Ma l'intricata storia della nostra specie non è finita, anzi: uscita dall'Africa, una parte della popolazione umana si è diretta decisamente verso est e, alle pendici degli Altai, ha incontrato un'altra specie, proprio l'enigmatico uomo di Denisova, presente da migliaia di anni. Questa specie, che abitava dalla Siberia all'Asia tropicale, viveva in comode grotte montane, con vista sulla pianura ricca di prede.

Dalla Russia con amore

Anche in questo caso tra le due specie avvenne uno “scambio di geni”, che lasciò nell'unica sopravvissuta, cioè noi, un residuo qua e là nel Dna. Non tutti gli asiatici hanno questo residuo, ma solo di alcuni gruppi che adesso abitano la Melanesia, piccole isole nel Pacifico, l'Australia e le Filippine. Secondo una recentissima ricerca, inoltre, le “ondate” di uomini che entrarono in Asia dall'Africa furono più d'una, così come numerosi furono gli incontri, anche galanti, con le popolazioni locali, denisoviani compresi. «Anche se sembra strano, è quasi più facile accettare che l'uomo si unì ai denisoviani invece che ai neanderthaliani», conclude Barbujani.

 

Alcuni genetisti insistono però che lo scenario dell'accoppiamento tra queste tre specie è plausibile. Anzi, dicono che sono riusciti a scoprire la funzione di una parte dei geni neanderthaliani e denisoviani; sarebbero serviti a difenderci dalle malattie non presenti in Africa, ma che gli europei di allora e i denisoviani avevano con l'evoluzione “imparato” a combattere.
In particolare proverrebbero dalle altre specie alcune varianti del sistema immunitario, chiamate HLA-A, B o C, che aiutano le cellule a combattere virus e batteri. Una recentissima ricerca dice che addirittura il 50% dei geni di questo tipo presenti negli europei provengono dai neanderthaliani, e addirittura il 70% dei geni asiatici hanno questa origine.
Ancora una volta, non tutti sono convinti di queste percentuali e Barbujani è perplesso: «L'HLA è un gruppo di geni molto difficile da interpretare, e quindi ho la sensazione che l'autore, rispettato immunologo finora senza pubblicazioni in campo antropologico-evoluzionista, l'abbia sparata grossa».

In conclusione, il cammino della nostra specie fuori dall'Africa diventa sempre più intricato, complesso e assomiglia sempre di più a un cespuglio ricco di specie diverse che si sono “conosciute” biblicamente anche molto dopo la loro separazione. Adamo ed Eva ebbero quindi numerosi amanti (maschi e femmine) dove aver lasciato la loro “patria”. Ed è la memoria di questi amanti che rimane nel nostro Dna.

 

21 ottobre 2011 | Marco Ferrari