Scienze

Direttamente dal Giurassico il fossile di un pasto finito male

Un calamaro arpiona un crostaceo ma viene a sua volta azzannato da uno squalo: l'interazione letale catturata in un fossile di 180 milioni di anni fa.

Il pesce grosso mangia il pesce più piccolo è una legge di natura che non vale solo oggi e non si riferisce ai pesci soltanto: un fossile di 180 milioni di anni fa estratto da una cava in Germania cattura proprio una di queste interazioni letali, che vede protagonisti un pesce, sì, ma anche un crostaceo e un mollusco, entrambi nel ruolo di prede.
 
Un giorno come tanti 200 milioni di anni fa, all'inizio del Giurassico, un belemnita (cefalopode simile a un calamaro con i tentacoli uncinati) arpionò un crostaceo del genere Proeryon (una sorta di antica aragosta), indebolito dal processo di muta perché in procinto di cambiare l'esoscheletro. Ma non fece in tempo a consumare il pasto perché fu azzannato a morte da un predatore più grande, forse un proto-squalo, che dopo l'attacco fulmineo si allontanò dalla scena.
 
Il belemnita, con la pelle del crostaceo ancora tra i tentacoli, finì sul fondale insieme al suo bottino.

200 milioni di anni dopo... Un'occasione ghiotta, per i paleontologi dell'Università di Zurigo, di ricostruire la catena alimentare all'origine di questi pabuliti (una combinazione tra una parola latina pabulum, che indica il cibo, e quella greca lithos, "pietra", usata per indicare gli animali fossilizzati appena prima di essere consumati).
 
Dopo aver attentamente analizzato le reciproche posizioni dei due animali, gli scienziati hanno concluso che il mollusco era sul punto di mordere il crostaceo o il suo esoscheletro, quando i denti di un grosso predatore affondarono nella parte intermedia e più soffice del suo corpo.

Il rostro e gli uncini del belemnita insieme ai resti della sua preda: una foto del fossile e una ricostruzione delle varie componenti anatomiche. © Swiss Journal of Palaeontology (2021)

Bocconi scelti. Il predatore - forse un antico squalo del genere Hybodus, frequente divoratore di belemniti, o secondo un'altra ipotesi una specie di coccodrillo marino - non rimase sul posto a finire il pasto. 
 
I becchi indigesti dei cefalopodi potevano provocare la morte degli ingordi assalitori, e dopo alcune esperienze poco piacevoli - documentate da vari reperti fossili - squali e coccodrilli impararono a selezionare solo le parti più morbide e commestibili dei belemniti, lasciando invece il rostro (un tratto di scheletro di natura calcitica), le pinne e il mantello. Nel fossile analizzato, tra le parti risparmiate del mollusco ci sono appunto il rostro e i tentacoli uncinati: tutte le componenti edibili sono sparite.

18 maggio 2021 Elisabetta Intini
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