Genetica, alcol e droghe

Uno dei fattori che possono portare alla dipendenza da alcol e droghe sarebbe legato un fattore genetico: questo aiuterà a trovare strategie di sostegno per i soggetti più a rischio?

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Perché alcune persone sono più inclini di altre a sviluppare una dipendenza? È una questione di fattori ambientali/sociali o di genetica? Ai fiumi di parole che sono già stati scritti sul tema si aggiunge lo studio pubblicato su Alcoholism: Clinical and Experimental Research, coordinato da William Lovallo (Università dell'Oklahoma, USA), che sottolinea una relazione tra ambiente e genetica, esplorata partendo dal legame tra la dipendenza da alcol e droghe e la mutazione del gene COMT, che codifica l'enzima COMT (catecol-O-metiltransferasi), che interviene nel controllo (degradazione) della dopamina, un neurotrasmettitore (una sostanza chimica che, nel cervello, veicola informazioni tra i neuroni) associato a situazioni di piacere (sesso, cibo, musica, ma anche droghe e alcol).

Fino ad ora le ricerche hanno per lo più preso in considerazione soggetti dipendenti, mentre Lovallo e il suo team hanno cercato di considerare le cause che portano a sviluppare una dipendenza. Dalla ricerca, che ha coinvolto 480 giovani di circa 23 anni di età (240 uomini e 240 donne), è emerso che gli individui che presentano una mutazione del gene COMT sono anche più sensibili allo stress indotto da situazioni difficili (divorzio o genitori anaffettivi, per esempio), e sono statisticamente più inclini all'alcolismo e alle tossicodipendenze in età adulta.

 

Questo è, naturalmente, molto, molto diverso dal dire che chi ha avuto un'infanzia difficile sarà alcolista o tossicodipendente, perché, specifica Lovallo, «non esiste il gene della dipendenza: ci sono invece dei geni che rispondono all'ambiente, mettendoci a rischio, ma è la combinazione di diversi fattori che porta poi allo sviluppo di una dipendenza». È invece vero che comprendere il funzionamento di un fattore di rischio può aiutare a mettere a punto strategie di sostegno per i soggetti più esposti.

Mutanti famosi. Lo studio esce quasi in concomitanza con il nuovo libro di Bill Sullivan (Università dell'Indiana, USA), nel quale si svelano, tra gli altri, i risultati dello studio effettuato sul codice genetico di Ozzy Osbourne (ne avevamo parlato qualche anno fa). I dati confermano che il padrino dell'heavy metal sarebbe un "mutante genetico": l'analisi del suo DNA ha rivelato infatti una mutazione mai vista prima, che avrebbe permesso a Ozzy di sopravvivere ad anni di abusi di alcol e droga. Nel dubbio, sconsigliamo l'emulazione.

27 Agosto 2019 | Chiara Guzzonato