Siamo soli nell'Universo?

Secondo un paleontologo inglese non c'è altra vita nell'Universo, e le prove della nostra unicità sarebbero davanti ai nostri occhi, nell'evoluzione.

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Viaggiamo accompagnati? Forse no: perché non abbiamo ancora trovato gli alieni? | Shutterstock

L'uomo è l'unica specie intelligente dell'intero Universo? Stando a quanto sostengono moltissimi scienziati la risposta è "no", per una semplice questione di probabilità: si stima che l'Universo osservabile ospiti circa 2 trilioni di galassie, 2.000 miliardi!, la stragrande maggioranza delle quali talmente lontane da noi che quando la loro luce arriverà sulla Terra, si saranno già estinte da milioni di anni, ed è logico e naturale pensare che da qualche parte in questa immensità ci possa essere un altro pianeta con le condizioni adatte a favorire la nascita della vita e lo sviluppo di una qualche forma di intelligenza.

 

Eppure c'è chi la pensa in modo radicalmente opposto: Nick Longrich, paleontologo dell'Università di Bath, ha di recente pubblicato un lungo articolo su The Conversation nel quale sostiene che con ogni probabilità siamo "soli nell'Universo", come si dice in questi casi; e che la prova più evidente della nostra condizione è... l'evoluzione sul pianeta Terra.

 

Paganini non ripete. La tesi di Longrich ruota essenzialmente intorno a una considerazione: la nascita della vita è un evento altamente improbabile, e l'evoluzione della stessa in forme senzienti è talmente improbabile che potrebbe essersi verificata una sola volta nell'intera storia dell'Universo. L'evoluzione, scrive Longrich, è un fenomeno che apparentemente si ripete spessissimo: basta pensare a quante forme diverse ha assunto la vita sulla Terra, ma anche a quante volte una stessa struttura (un'ala per volare, una particolare forma del corpo per nuotare meglio) si sia sviluppata in forme viventi molto lontane tra loro – quel fenomeno che gli evoluzionisti chiamano "convergenza evolutiva".

 

Secondo Longrich, però, dire che l'evoluzione è un processo che si ripete frequentemente non è del tutto corretto: molte delle strutture citate finora (pensate anche agli occhi, alle mascelle, alle zampe) si presentano in natura in infinite variazioni, ma si sono tutte sviluppate all'interno di una singola linea evolutiva, quella degli Eumetazoi (gli animali che presentano un'organizzazione in tessuti ed organi): una sottocategoria del regno animale che rappresenta solo una parte di tutto quello che è vita sulla Terra.

 

È come vincere alla lotteria. Longrich punta quindi il dito sull'improbabilità di tutti i passaggi evolutivi che ci hanno portato fin qui oggi, a riflettere sulle nostre origini. La vita è nata una volta sola sulla Terra, ci ha messo un miliardo e mezzo di anni a inventare la fotosintesi (e l'ha fatto una volta sola), e 4 miliardi per creare i primi animali complessi; il sesso è nato una volta sola e da lì è stato adottato da quasi tutti gli animali, lo stesso vale per lo scheletro osseo... secondo Longrich, si possono identificare sette passaggi fondamentali per l'evoluzione dell'intelligenza: la nascita della vita, l'invenzione della fotosintesi, la comparsa delle prime cellule complesse, il sesso, i primi animali superiori, lo scheletro, e infine l'intelligenza vera e propria.

 

«Immaginate che ogni passaggio abbia un 10% di probabilità di avverarsi» scrive Longrich; «significa che c'è una probabilità su 10 milioni che una forma di vita intelligente si evolva. Mettiamo che la probabilità sia dell'1%: significa che l'intelligenza si può sviluppare su un pianeta ogni 100 miliardi di miliardi». La conclusione del ragionamento, secondo l'autore, è che la nascita della vita intelligente è un fenomeno così improbabile che quasi sicuramente si è verificato una sola volta nella storia dell'Universo – per quanto riguarda il "dove", la risposta è ovvia, considerato che siamo qui a discuterne.

 

5 novembre 2019 | Gabriele Ferrari