Vivere pericolosamente, accanto all'Etna

Un nuovo studio aggiorna la mappa del rischio vulcanico nella regione dell'Etna, mettendo in evidenza l'eccesso di urbanizzazione e di infrastrutture.

Etna: eruzione del marzo 2017
Etna, 16 marzo 2017: la fotografia di Dario Giannobile è una composizione di 8 scatti per l'effetto star-trail e di altri scatti per i dettagli dello sfondo. | dariogiannobile.com / Focus.it

Nonostante alcuni studi sostengano che l'Etna stia lentamente cambiando le sue "abitudini", passando da vulcano effusivo, poco pericoloso, a vulcano esplosivo, più simile al Vesuvio, al momento la "qualità" delle eruzioni continua a mostrarci un vulcano con colate linghe, relativamente poco pericolose, e senza grandi attività esplosive.

 

Etna: eruzione del 1669
Catania raggiunta dalle colate laviche dell'eruzione dell'Etna del 1669: affresco di Giacinto Platania (1612-1691) nel Duomo di Catania. | PD, via WikiMedia

Di solito si definiscono "poco pericolose" quelle eruzioni che non causano vittime né grandi distruzioni, o addirittura cambiamenti climatici. Ma anche se, nei prossimi secoli, il vulcano siciliano dovesse continuare a comportarsi come oggi, non è detto che non possa causare danni enormi. Per comprendere quanto enormi basta ricordare il 1669, quando vi fu una delle più impressionanti eruzioni registrate in tempi storici: in quell'occasione l'Etna distrusse 13 centri abitati. Su quell'eruzione e su come è cambiato l'ambiente nell'area del vulcano l'associazione PassioneEtna ha realizzato un documentario di una cinquantina di minuti (diviso in due parti), Etna 1669 - luoghi e conseguenze. Oggi quelle stesse aree sono fortemente urbanizzate, come se ciò che successe quasi tre secoli fa non potesse ripetersi.

 

Etna: mappa del rischio vulcanico (2013)
Lo studio geofisico del vulcano, condotto nel 2013, con l'indicazione delle lave precedenti al 1600, quelle fuoriuscite tra il 1600 e il 1980 e quelle successive, fino al 2013. | INGV, Ciro Del Negro et al.

La nuova mappa del rischio. I ricercatori del Laboratorio di Tecnologie per la Geofisica dei Vulcani (TecnoLab), coordinati da Ciro Del Negro, hanno studiato e mappato la regione e valutato l'esposizione e il rischio a cui sono sottoposte per fornire una visione generale e aggiornata sul potenziale impatto che eruzioni effusive sui fianchi dell'Etna possono arrecare alla popolazione.

 

Una analisi del 2013, anch'essa coordinata da Ciro Del Negro, sui potenziali pericoli del flusso di lava e su come potrebbero distribuirsi le future colate intorno al vulcano aveva già mostrato che le conseguenze potrebbero essere molto serie, in particolare per via dell'aumento della densità della popolazione, delle strutture sempre più complesse e dell'espansione di numerose infrastrutture sociali ed economiche.

 

I ricercatori del TecnoLab hanno rivalutato le conseguenze del flusso di lava sui fianchi utilizzando un approccio basato su diversi tipi di informazioni: l'evoluzione dei percorsi lavici (utilizzando un modello collaudato e affidabile), la possibilità di nuove bocche eruttive, la probabilità di eventi esplosivi e di eruzioni di lunga durata. I risultati sono stati organizzati in quattro livelli tematici: il pericolo per la popolazione, per gli edifici, per le reti di servizi e per l'uso del suolo.

 

Etna: eruzione del novembre 2019
Etna, 9 novembre 2019: l'attività esplosiva (modesta) dai crateri sommitali del vulcano. | INGV Vulcani

 

Il lavoro ha permesso di evidenziare che l'area a maggiore rischio è la Valle del Bove (disabitata) e le parti superiori delle fenditure a sud e a nord-est del cono. Tuttavia, immediatamente dopo in questa classifica dei rischi nella regione dell'Etna ci sono le aree vicino alla costa orientale della Sicilia, dove c'è un'alta concentrazione di popolazione e con un gran numero di infrastrutture critiche. Difficile dare suggerimenti, ma certo si tratta di valutazioni che dovrebbero essere tenute in seria considerazione dai decisori politici.

20 dicembre 2019 | Luigi Bignami