Scienza

Uno studio dell'INGV svela il lungo cammino del magma dell'Etna

Nella prima fase dell'attività dell'Etna, circa 500mila anni fa, il magma risaliva in superficie attraverso fessure nelle faglie, sul versante sud-est del vulcano. Successivamente le zone di eruzione si sono spostate più a nord, dove si trovano attualmente.

L’Etna si trova proprio lungo il bordo che delimita lo scontro tra due placche: quella africana a sud e quella europea a nord. I vulcani che si formano i circostanze del genere producono eruzioni di tipo esplosivo, come il Vesuvio. Ma per l'Etna non è così. Come mai?

In orizzontale. L’Etna, infatti, è un vulcano di tipo stromboliano, ossia alterna periodi eruttivi a periodi di stasi, senza arrivare mai a produrre spaventose esplosioni. Ora un nuovo studio realizzato da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), appena pubblicato sulla rivista Scientific Reports di Nature ha dimostrato che il grande vulcano siciliano si trova su un’area caratterizzata dalla presenza di faglie “trascorrenti”, ossia fratture che si muovono orizzontalmente e che hanno creato le condizioni per il trasferimento di magma dalle profondità della crosta terrestre fino in superficie.

«Da almeno 500.000 anni a questa parte», spiega il ricercatore dell'INGV Mario Firetto Carlino, «l'attività geologica di un'ampia area di faglie presenti nella parte meridionale del vulcano (tra Acireale e i dintorni di Adrano) ha portato alla formazione di zone di “apertura” della crosta terrestre. Queste sono state vie preferenziali per la risalita dei magmi attraverso fessure eruttive presenti lungo la faglia. Queste fessure, individuate tra Aci Trezza e Adrano, hanno caratterizzato le prime fasi dell’attività etnea.

Una carta geologica dell'Etna. Si vedono le faglie trascorrenti (in nero) ossia le fratture che permettono al magma di risalire dal profondo © Nature

La risalita. Il processo di assestamento e di deformazione delle faglie, avvenuto successivamente, ha portato alla migrazione verso nord del vulcanismo che, dal versante meridionale (attivo da almeno 500.000 a circa 200.000 anni fa), è risalito prima all’area della Valle del Bove (da circa 100.000 a 70.000 anni fa) e poi fino agli attuali centri eruttivi (da circa 60.000 anni fa a oggi).

Per questa ricerca l'Osservatorio Etneo dell'Istituto (OE-INGV) ha acquisito ed elaborato dati sismici ad alta risoluzione, dati magnetici e gravimetrici con un approccio multidisciplinare ha permesso di indagare, con un dettaglio mai raggiunto in precedenza, le porzioni sommerse del versante sud-orientale etneo, dove sono state rinvenute le più antiche manifestazioni vulcaniche.

E i terremoti? Proprio tale versante rappresenta un'area chiave per comprendere l'evoluzione nello spazio e nel tempo del vulcanismo in questa regione. La ricerca ha permesso anche di spiegare perché l’area è caratterizzata da forti terremoti. «I fenomeni deformativi legati alle faglie trascorrenti hanno non solo determinato il vulcanismo etneo e la sua distribuzione nello spazio e nel tempo», aggiunge Firetto Carlino, «ma hanno provocato la formazione e l'attività di terremoti anche recenti, come quello di magnitudo 4.9 del 26 dicembre 2018, che ha interessato l'abitato di Fleri e le aree circostanti, e influenzando un importante fenomeno di scivolamento di un fianco del vulcano».

16 settembre 2019 Luigi Bignami
Tag scienza - scienze -
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