Scienze

Embrioni umani fatti crescere fuori dal corpo

Per la prima volta, ricercatori sono riusciti a coltivarli in laboratorio oltre al momento critico dell'impianto nell'utero materno, a un passo dal limite fissato dalle leggi in diversi Paesi.

Due gruppi di ricerca hanno fatto crescere embrioni umani fuori da un corpo femminile, su un terreno di coltura, per 13 giorni. Ha fatto scalpore, questa notizia, suscitando anche interrogativi di tipo etico sulle prospettive aperte dagli esperimenti, perché 14 giorni, due settimane esatte, sono considerate in diversi Paesi il limite invalicabile oltre cui è ammessa la sperimentazione su embrioni umani.

Barriera invalicabile. Finora questo limite temporale era considerato insuperabile innanzi tutto da un punto di vista tecnico. Al massimo, gli embrioni fuori dall’utero erano stati coltivati per nove giorni, più spesso per una sola settimana.

Quattro anni fa, un gruppo di ricercatori dell’università di Cambridge guidato dalla biologa Magdalena Zernicka-Goetz, era per primo riuscito a far crescere embrioni di topo oltre lo stadio in cui avviene l’impianto. Da allora, perfezionando i metodi, è riuscito a fare lo stesso con embrioni umani, e riporta i risultati su Nature Cell Biology. Nello studio pubblicato su Nature, un gruppo di ricercatori della Rockefeller University (con primo autore una giovane biologa italiana, Alessia Degli Incerti) ha annunciato di avere ottenuto un risultato analogo.

Uno sguardo sui primi istanti. Entrambi i gruppi hanno fatto crescere gli embrioni, donati dalle cliniche per la fecondazione assistita - su un substrato di plastica trasparente, che ha permesso di fotografare le varie fasi di questi primi stadi del processo di sviluppo, ricerche che potrebbero portare a una migliore comprensione degli eventi di aborto precoce, aiutare le tecniche di fecondazione assistita o l’utilizzo di cellule staminali nella cura di malattie.

Quasi col pilota automatico. Si è visto che, come gli embrioni fanno normalmente nell’utero, anche dopo l’impianto sul substrato artificiale le cellule si sono riorganizzate dando vita alle strutture che poi formano la placenta e il sacco vitellino, e altri tipi di cellule, con la giusta organizzazione tridimensionale. Queste prime fasi del processo, insomma, avvengono in automatico, senza interazione col corpo della madre, al contrario di quanto si pensava.

Al quattordicesimo giorno, come richiesto dalle leggi inglesi e da quelle vigenti in diversi altri Paesi (in Italia è vietata la sperimentazione sugli embrioni) i ricercatori hanno interrotto l’esperimento. In tempo comunque per osservare che già a questi primi stadi lo sviluppo degli embrioni umani è diverso in alcuni dettagli non secondari da quello dei topi, ossia dal modello più studiato.

Limite da ridiscutere? Per questo motivo c’è chi invoca una revisione delle leggi e delle normative in vigore, che impongono il limite dei 14 giorni dalla fecondazione per lo studio sull’embrione, fissato più di trenta anni fa proprio per rendere accettabile alle diverse sensibilità etiche o religiose la sperimentazione scientifica su embrioni umani.

La scelta delle due settimane è dovuta al fatto che a questo stadio dal momento della fecondazione compare una struttura chiamata stria primitiva, un gruppo di cellule che sancisce il momento in cui l’embrione non può più dividersi o fondersi, cioè - secondo un certo punto di vista - acquisisce un’esistenza individuale. Questa convenzione fu proposta nel 1979 negli Stati Uniti, e da allora è stata accolta nelle legislazioni di 12 altri Paesi e nelle linee guida di altri cinque. Secondo molti scienziati, potrebbe essere opportuno ridiscuterne.

6 maggio 2016 Chiara Palmerini
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