Ecco dove vanno a finire i nostri ricordi da bambini

Dai sei ai sette/otto anni la maggior parte dei ricordi degli anni precedenti viene persa: un preciso meccanismo di sviluppo del cervello spiega il perché.

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Le neuroscienze gettano nuova luce sul fenomeno dell'amnesia infantile.|Shutterstock

A volte si tratta di frammenti di immagini, altre volte di sensazioni: i ricordi di quando eravamo piccoli sono pochi, sfuocati e incompleti - e quasi nessuno ha memorie di prima dei tre anni. Il fenomeno dell’amnesia infantile, come lo ha definito Freud agli inizi del 900, è un fenomeno che ha sempre incuriosito, ma su cui ci sono poche certezze, anche se alcuni studi nel campo delle neuroscienze iniziano a chiarire meglio qualche dettaglio.

 

Ricordi spariti. La prima osservazione è che l’amnesia infantile si presenta come un paradosso: come può testimoniare chiunque abbia figli, i bambini anche assai piccoli, di poco più di due anni, hanno ricordi molto precisi e sono in grado di riportare eventi accaduti o a cui hanno partecipato settimane o anche mesi prima. Eppure, crescendo, la maggior parte di questi ricordi svanisce nel nulla, e da adulti non ne conserviamo quasi nessuno.

 

L'età della dimenticanza. Per Freud, questa dimenticanza progressiva aveva a che fare con il processo di repressione di pensieri traumatici legati allo sviluppo psicosessuale nell’infanzia: una spiegazione che ormai non viene più presa in considerazione.

 

Più di recente, è stata fatta la considerazione che per mantenere i ricordi siano necessari un linguaggio e un senso del sé già abbastanza elaborati, condizioni che sussistono solo in parte nella prima infanzia. Anche questa ipotesi è stata però in parte smentita dagli studi sperimentali: anche i ricordi dei bambini piccoli sembrano infatti abbastanza duraturi. Già a sei mesi "resistono" per almeno un giorno; a 9 mesi, trenta giorni; a due anni, dodici mesi. E a quattro anni e mezzo i bambini riescono a ricordare i dettagli di una gita avvenuta un anno e mezzo prima.

 

 

Il problema è che, da un certo punto in poi, tutto questo sparisce. L’età fatidica della dimenticanza inizia verso i 6 anni, e tra i 7 e gli 8 i ricordi dell’infanzia diminuiscono drasticamente e molto rapidamente. Come vari studi hanno mostrato, se a cinque anni e mezzo i bambini ricordano l’80 per cento delle esperienze che hanno vissuto a tre anni, a sette e mezzo ne possono richiamare meno della metà. A che cosa è dovuto questo crollo della memoria che si verifica poco dopo l’inizio della scuola elementare?

 

Potature nel cervello. Secondo studi recenti, la cancellazione dei ricordi sarebbe direttamente collegata al modo in cui si sviluppa il cervello durante l’infanzia. Nei primi anni di vita la crescita di nuove connessioni tra neuroni è tumultuosa - ed è in questo modo che il bambino apprende nuovi compiti - mentre con l’età adulta si verifica una sorta di “potatura” dei legami stabiliti nei periodi precedenti.

 

In questa fase anche la rete di circuiti che nell’insieme contribuisce a creare e mantenere i ricordi, e in particolare l’ippocampo, la centrale operativa della memoria, è in via di costruzione e di ristrutturazione. Per questo motivo, i ricordi maturati fino a quel momento scomparirebbero per fare posto ad altri. A dare ragione a questa ipotesi sono alcuni esperimenti recenti eseguiti sui topi.

Topi smemorati. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Toronto ha posto dei topi adulti in una gabbia metallica diversa da quella di plastica in cui avevano vissuto tutta la vita, e poi li hanno sottoposti a una leggera scossa elettrica. Mentre i cuccioli dopo solo un giorno dimenticavano la scossa, rimanendo rilassati anche quando erano messi di nuovo nella gabbia metallica, i topi adulti non la scordavano mai, e non appena venivano posti in quell’ambiente dimostravano chiaramente segni di stress e di paura.

 

I ricercatori hanno però introdotto una variante nell’esperimento. Si sa da ricerche precedenti che in questi animali, anche da adulti, l’apprendimento di nuovi compiti motori (per esempio quello per girare su una ruota), comporta un aumento della formazione di nuove cellule nervose (neurogenesi), simile a quello che avviene nel cervello durante l’infanzia.

 

 

Dotando le gabbie normali dei topi adulti di una ruota oppure somministrando un farmaco antidepressivo, il loro comportamento ha cominciato a essere simile a quello dei cuccioli: dopo poco, dimenticavano la scossa. Al contrario, impedendo la neurogenesi con farmaci o con l’ingegneria genetica, gli animali giovani erano in grado di formare ricordi molto più stabili.

 

Una perdita necessaria. Andando ancora più in profondità, i ricercatori hanno cercato di capire come funziona fisicamente nel cervello questo processo. Hanno “marcato” con una proteina radioattiva il DNA dei nuovi neuroni per osservare che fine facevano. In questo modo hanno rilevato che le nuove cellule non rimpiazzavano le vecchie, ma andavano a integrarsi nei circuiti già esistenti. In riferimento ai ricordi, questo potrebbe significare che in seguito alla neurogenesi i circuiti dei primi ricordi non scompaiono, ma vengono coinvolti in una nuova configurazione che li rende irriconoscibili.

 

Questi dati suggerirebbero insomma che i ricordi infantili non siano spariti, ma siano sempre conservati in qualche circuito nervoso a cui però non riusciamo più ad avere accesso. La perdita dei ricordi infantili sarebbe insomma il prezzo da pagare per la maturazione del cervello che consente di diventare adulti.

01 Maggio 2018 | Chiara Palmerini