Exomars, l'Europa arriva su Marte vai allo speciale

Muffe dell'Antartico nello Spazio in cerca della vita

Un progetto italiano studia la resistenza nello Spazio di primordiali forme di vita rivenute in Antartide, per cercare forme di vita simili nel Sistema Solare e oltre.

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Quale tipo di vita può esserci su Marte, o sulle lune di Giove o di Saturno? Com'è arrivata la vita sulla Terra?

Una colonia di microrganismi si trova da luglio 2014 in un ambiente controllato al di fuori della Stazione spaziale. È il secondo viaggio nello spazio per il Cryomyces antarcticus, per una serie di esperimenti mirati a provarne la resistenza e la capacità di adattamento, con l'obiettivo di decifrare una firma chimica della vita in condizioni ambientali estreme. Per la scienza, questa informazione di base sarà un campione di confronto per cercare e riconoscere eventuali forme di vita fuori dal nostro pianeta.

 

Non passerà molto tempo prima di poter mettere alla prova i risultati dello studio, proprio in relazione a ciò che in questi mesi ha tanto "eccitato" la comunità scientifica: l'ipotesi che su Marte, in alcune zone e in certe condizioni, dal suolo fuoriesca acqua ricca di sali. Un'ipotesi che si basa però su indizi non chiari e interpretati in modi differenti:

ExoMars, una sonda e un lander firmati Esa e Roscosmos e con importanti contributi italiani, potrebbe essere la missione che risponderà alla domanda, già nei primi mesi del 2016, quando arriverà sul Pianeta Rosso.

E se sarà confermata l'ipotesi dell'acqua, anche il Cryomyces antarcticus avrà un ruolo per aiutare a capire se Marte ospita qualcosa che possiamo ancora chiamare vita. Ecco la storia di questo minuscolo terrestre che potrebbe farci scoprire la vita fuori dal nostro pianeta.

 

Star della scienza. Tra le muffe scoperte in Antartide nel 1982 dallo studioso americano Imre Friedmann è stato isolato il Cryomyces antarcticus, un microrganismo criptoendolitico, ossia adattato a vivere nelle porosità delle rocce. Per la sua capacità di resistere a condizioni estreme, da alcuni anni è utilizzato come modello negli studi di astrobiologia.

A uno di questi progetti di astrobiologia, finanziato dal Programma nazionale di ricerche in Antartide (PNRA), lavora un gruppo di biologi dell'Università statale della Tuscia coordinato da Silvano Onofri, ordinario di botanica dell'Unitus, coadiuvato da Laura Selbmann e Laura Zucconi (Dipartimento di Scienze ecologiche e biologiche).

I meteoriti possono trasportare la vita nell'Universo?

«Abbiamo avviato due esperimenti», spiega Silvano Onofri, «per testare in primo luogo la resistenza dei microrganismi trovati in Antartide anche alle condizioni estreme esistenti al di fuori dell'atmosfera terrestre e per vedere, in secondo luogo, se e come si modificano, quali tracce o biofirme lasciano, una volta esposti alle radiazioni cosmiche e alla pressione elettromagnetica dello Spazio.»

 

Cryomyces antarcticus. | Sterflinger et al. (2014)

Il 7 febbraio del 2008 il Cryomyces antarcticus venne inviato sulla Stazione spaziale internazionale ed esposto all'esterno del modulo-laboratorio Columbus, sulla piattaforma Expose-E (Exposing Specimens of Organic and Biological Materials to Open Space), senza schermi solari, dove le radiazioni essiccherebbero un normale essere vivente in pochi minuti, per tornare sulla Terra il 12 settembre del 2009.

 

Al rientro, dopo 18 mesi passati nello Spazio, il fungo antartico era "vivo e vegeto". «Il Cryomyces antarcticus è stato capace di resistere ai forti stress cui è stato sottoposto», commenta Onofri, «e sulla base di questo stiamo ora valutando se il suo Dna possa essere considerato una biofirma utile per cercare forme di vita passata o presente su altri pianeti.»

 

Misure di sicurezza. Il 24 luglio 2014 il microrganismo è stato nuovamente inviato sulla Stazione Spaziale Internazionale. Il nuovo esperimento, denominato Biomex (Biology and Mars Experiment), della durata di 18-20 mesi, serve per studiare meglio le origini, l'evoluzione e forse il futuro delle forme primordiali di vita nell'Universo.

 

L'esperimento è sottoposto ai rigidi protocolli di protezione planetaria che, per evitare rischi di contaminazione, prevedono che non si possano liberare nello Spazio organismi che possano riprendere vita: per questo le muffe antartiche sono confinate in modo che non possano sfuggire, e questo è anche il motivo per cui, su Marte, il rover Curiosity non ha indagato su ciò che la Nasa ha presentato come tracce d'acqua, pur trovandosi a non più di 50 km dal sito sotto osservazione.

 

LIFE (Lichens and Fungi Experiments): in basso a sinistra la posizione di Expose-E, agganciato al modulo Columbus. Esposti allo Spazio, nel corso del primo esperimento (2008), c'erano sei serie di campioni di microrganismi antartici nel loro habitat naturale, ossia all'interno di rocce porose. Tra questi, il Cryomyces antarcticus. | Nasa

 

L'ipotesi scientifica che i biologi italiani fanno è quella del trasferimento interplanetario di batteri come base dell'origine della vita, ed è funzionale alla ricerca di altri pianeti potenzialmente “vivi”, a cominciare da Marte e dalle lune di ghiaccio di Giove e Saturno.

 

«All'inizio del 2016 parte la missione europea ExoMars», prosegue Onofri, «e quanto ci arriveranno i primi dati cominceremo a fare i confronti per capire se i segnali e le tracce chimiche lasciate sulle rocce di Marte hanno similitudini con quelli dei microrganismi antartici.»

 

Fino a dove può esistere la vita? Se la scoperta di tracce d'acqua su Marte sarà confermata, la ricerca di forme di vita sul Pianeta Rosso diventa più plausibile. Per questo, per il professor Onofri, come approccio «è più logico cercare su Marte e nell'Universo forme di vita simili alle nostre, prima che altre forme di vita sconosciute». E le muffe dell'Antartide sono lì a dimostrarlo.

01 Gennaio 2016 | Claudio Visani