Così i serpenti hanno migliorato la vista dei primati

La vicinanza dei rettili striscianti avrebbe influito sull'evoluzione della capacità visiva dei nostri antenati. Una ricerca spiega come.

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Un serpente pappagallo della Costa Rica (Leptophis ahaetulla) nascosto tra i rami di un albero. Gli antenati di questo rettile condivisero lo stesso habitat degli antenati di uomo e scimmie. Photo: © Chris Cheadle/All Canada Photos/Corbis

Basta intravedere un essere strisciante perché tutti (o quasi) ci ritraiamo terrorizzati. Gli scienziati evoluzionisti lo sostengono da tempo: il timore istintivo per i serpenti ha radici che si perdono nella notte dei tempi e ha a che fare col fatto che, per i nostri antenati, questi rettili costituivano un reale pericolo di vita.

Ma la presenza di queste creature potrebbe aver influito sulla nostra evoluzione più di quanto si pensi: secondo una nuova ricerca appena pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences, il sistema visivo dei primati si sarebbe col tempo specializzato per distinguere la sagoma allungata e sinuosa dei serpenti. Gli odiati rettili avrebbero insomma contribuito a modellare alcune importanti caratteristiche cerebrali dei comuni antenati di uomo e scimmie.

Un incontro con un serpente avrebbe comportato morte certa per uno dei piccoli proto-primati che abitavano le foreste della Gondwana, il supercontinente che raggruppava tutte le terre emerse 100 milioni di anni fa. Il rischio si fece ancora più concreto quando, 40 milioni di anni più tardi, alcuni serpenti divennero velenosi.

«I serpenti furono i primi e più tenaci predatori dei primi mammiferi» spiega Lynne Isbell, professoressa di Antropologia presso l'Università della California, a Davis (USA). Già in passato la ricercatrice aveva ipotizzato che l'evoluzione avesse selezionato, nei primati, tratti utili ad evitare la strisciante minaccia: occhi rivolti in avanti (e non di lato) e centri visivi specializzati nel cervello per individuare particolari nascosti, come la forma di un serpente camuffata tra le foglie.

La specializzazione visiva dei primati sarebbe legata, secondo la Isbell, anche al fatto che questi nostri antenati vivessero all'aperto, sugli alberi. Molte delle altre prede dei serpenti vivevano al buio, in tane sotterranee, e non potendo contare sulle stesse capacità visive dei primati, hanno evoluto forme di resistenza al veleno dei rettili.

I pochi primati che nel corso dell'evoluzione non hanno incontrato serpi velenose, come i lemuri del Madagascar, hanno una vista più debole rispetto a quanti hanno vissuto accanto ai temuti predatori.

Nel tentativo di trovare evidenze scientifiche a supporto delle sue teorie, due anni fa la Isbell ha collaborato con gruppi di ricerca delle Università di Toyama (Giappone) e Brasilia (Brasile), per capire come il cervello dei macachi reagisca alla vista di immagini di serpenti.

Gli esperimenti dei ricercatori si sono concentrati sul pulvinar, un gruppo di neuroni collocato in una parte evolutivamente molto antica del cervello: il talamo. Si pensa che queste cellule cerebrali aiutino a indirizzare l'attenzione visiva sui dettagli e a riconoscere potenziali minacce. I primati hanno pulvinar particolarmente sviluppati e con caratteristiche uniche rispetto ad altri animali.

I ricercatori hanno inserito alcuni elettrodi nel cervello di due macachi allevati in cattività, che non avevano mai visto un serpente. Hanno potuto così misurare l'attività elettrica nel pulvinar mentre le scimmie osservavano quattro diversi tipi di filmati: serpenti arrotolati o distesi, facce di macachi con un'espressione arrabbiata o neutra, zampe di macachi in varie posizioni e figure geometriche come cerchi e stelle.

Le immagini di serpenti hanno attivato, più di qualunque altra figura, i neuroni del pulvinar in modo immediato e diretto: il 40% dei neuroni attivatisi sono risultati "snake-best", cioè eccitati, nello specifico, dalla visione di foto di serpenti. Queste cellule cerebrali si sono "accese", inoltre, più frequentemente rispetto a quelle attivate da facce, zampe o forme geometriche e anche più velocemente (15 millisecondi prima dei neuroni rispondenti alle facce arrabbiate di altri macachi, che pure rappresentano un pericolo sociale per queste scimmie).

«Non vedo altre spiegazioni che motivino la sensibilità ai serpenti di questi neuroni, eccetto la strada evolutiva» ha commentato Isbell.

Ulteriori ricerche serviranno per approfondire le differenze tra il pulvinar dei primati e quelli degli altri mammiferi. Parrebbe inoltre troppo presto, dicono gli scienziati, per trasferire questo discorso all'uomo, nel cervello del quale, oltre a questi residui evolutivi, agiscono funzioni più alte e complesse, come apprendimento e memoria, che influenzano il comportamento nei confronti dei pericoli.

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29 Ottobre 2013 | Elisabetta Intini

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