Scienze

Corsa e scarpe speciali: esiste un doping tecnologico?

Dopo le recenti prestazioni, quasi incredibili, ottenute da alcuni maratoneti, sono finite sotto inchiesta le scarpe speciali che hanno impiegato: siamo di fronte a un caso di “doping tecnologico"?

Può una scarpa da corsa dare al runner che la indossa un vantaggio così grande da essere considerata doping tecnologico? A porsi questa domanda è nientemeno che la Iaaf, la Federazione Internazionale dell’atletica leggera, che nei giorni scorsi ha messo sotto i riflettori il modello di scarpe (Nike ZoomX Vaporfly) impiegato di recente da atleti che hanno ottenuto per prestazioni finora inimmaginabili.

Gli ultimi due in ordine di tempo sono stati il maratoneta keniano Eliud Kipchoge e la sua connazionale Brigid Kosgei che, pur in contesti molto diversi tra loro, hanno abbassato tempi che resistevano da anni agli assalti dei migliori atleti.

Record o non record. La Kosgei, in particolare, ha vinto la Maratona di Chicago dello scorso 12 ottobre abbattendo di ben 81 secondi il miglior tempo realizzato 16 anni prima da Paula Radcliffe. Lo stesso giorno il "collega" Kipchoge tentava, con successo, un nuovo assalto alla Breaking2, cioè il tentativo di correre la maratona al di sotto delle due ore: per comprire la distanza regina di 42,195 Km ha impiegato 1h 59’40”.

Eliud Kipchoge con le scarpe dei rercod, finite al centro di un'inchiesta della Iaaf © Nike

Ma se Brigid Kosgei ha corso la sua gara nel contesto "normale" di una maratona ufficiale (quella di Chicago, appunto), Eliud Kipchoge ha conseguito il proprio primato in un "ambiente controllato", all’interno di un circuito creato ad hoc nel parco Prater di Vienna, senza altri concorrenti e con l’aiuto di diverse mute di “lepri”, ovvero altri atleti che, correndo davanti a lui, creavano una scia che lo ha sicuramente aiutato.

Senza nulla togliere alla prestazione sportiva di Kipchoge, da un punto di vista sportivo ha forse più valore la prova della Kosgei, risultato di una gara combattuta spalla a spalla con le avversarie. E, vale la pena ricordarlo, certificata da controlli antidoping ufficiali che non sono stati fatti nella performance di Vienna...

Un elemento, però, accomuna questi due importanti risultati: le scarpe indossate dai due atleti. Cos’hanno di così speciale? Secondo gli esperti il loro segreto è uno speciale inserto in carbonio "annegato" nella suola, che riuscirebbe a restituire all'atleta gran parte dell’energia dissipata nell’impatto col suolo, favorendo così la spinta in avanti.

Non solo scarpe. Un effetto così dirompente, secondo alcuni, da spingere diversi atleti a scrivere alla Iaaf, secondo quanto riporta il Times, per denunciare come queste scarpe consentirebbero di guadagnare impropriamente fino a 2 minuti sul tempo di maratona. Tantissimo per una competizione i cui record ormai si assottigliano di pochi decimi di secondo alla volta.

Sarà vero? La parola alla Iaaf. Nel frattempo, due cose sono certe: diversi atleti si stanno orientando nella scelta verso queste scarpe prodigiose, mentre i più importanti produttori stanno per presentare un loro modello di scarpa con l’intersuola in carbonio.

In punta di regolamento. Se sarà provato l’ingiusto vantaggio offerto dalle solette in carbonio sarà compito della Iaaf provvedere a regolamentarne l’impiego, così come a metà degli anni ‘80 la Federazione internazionale del tennis si trovò a dover stabilire nuove regole per definire le specifiche tecniche delle racchette in fibra di carbonio che stavano iniziando a sostituire quelle in legno.

Restano comunque aperti diversi interrogativi di natura soprattutto pratica, come per esempio i controlli: come verificare le scarpe di decine di migliaia di persone che si apprestano a partecipare una maratona?

11 novembre 2019 Rebecca Mantovani
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