Scienze

Come fanno gli archeologi a risolvere misteri di millenni fa? Ecco i loro segreti scientifici

Autopsie, tac, esami chimici e biologici su reperti d'ogni tipo ed epoca: gli archeologi sono in grado di effettuare indagini dettagliate degne della polizia scientifica.

Autopsie, scansioni computerizzate, analisi delle impronte digitali, esami chimici e biologici su materiali d'ogni tipo effettuati da inquirenti in camice bianco pronti a valutarli nei minimi dettagli. Non stiamo descrivendo la scena di un episodio della serie tv CSI, ma il lavoro quotidiano degli archeologi, ormai incredibilmente simile a quello degli agenti della polizia scientifica, in grado di ricostruire in modo preciso la storia di uomini, animali, piante e oggetti, spesso rispondendo a interrogativi vecchi di millenni.

Archeologi detective. In realtà, il connubio tra archeologia e scienza è nato nel secondo dopoguerra, quando la figura del "cacciatore di tesori" è stata definitivamente sostituita da quella di un professionista con competenze interdisciplinari sempre più approfondite. «La svolta si è avuta negli Anni '60, quando negli Stati Uniti nacque la cosiddetta new archeology o "archeologia processuale"», spiega Silvia Pallecchi, docente di Metodologie della ricerca archeologica all'Università di Genova. «Tale movimento sosteneva la necessità di un dialogo con tutte le scienze, comprese la matematica e la statistica, in modo da estrapolare dati utili ad analizzare meglio i reperti».

6 tipi di detective per risolvere tutti i misteri

Paleopantologo. "Diagnostica" le malattie e i disturbi rilevabili dai resti umani del passato, come scheletri o mummie.

Carpologo. Lo scopo di questo specialista botanico è quello di analizzare le caratteristiche di semi e frutti.

Archeozoologo. Fondendo competenze di archeologia e zoologia, studia i resti di animali vissuti nel passato.

Archeoentomologo. Il suo compito è studiare le tracce lasciate dagli insetti, importantissime per decodificare informazioni relative all'ambiente e alle condizioni dei materiali.

Antracologo. Attraverso i residui dei carboni vegetali presenti nei reperti, è in grado di ricostruire gli ambienti del passato.

Ceramologo. Grazie a questo esperto, da un semplice frammento di "coccio" è possibile ricostruire gli oggetti in ceramica.

 

Un occhio agli animali. In altri termini, la new archaelogy applica all'archeologia il metodo sperimentale già conosciuto e utilizzato nelle discipline scientifiche. Per ricostruire al meglio il passato, i ricercatori devono essere capaci di elaborare delle teorie generali che siano logiche e verificabili, appoggiandosi non solo alla storia, ma anche ad altre materie.

Pensate alla geologia, alla botanica o alla zoologia, in grado di raccontarci come si è evoluto il rapporto dei nostri antenati con il territorio circostante. «L'archeozoologia, ovvero la disciplina che studia i resti animali rinvenuti nei siti archeologici, è una delle specializzazioni che rientra pienamente in questo nuovo approccio», precisa Pallecchi. «Analizzando l'età di abbattimento, il sesso e altre caratteristiche del bestiame ritrovato nei siti archeologici, per esempio, possiamo capire meglio le abitudini alimentari, culturali ed economiche di intere comunità, riuscendo inoltre a "misurare" come è variata nel tempo la loro ricchezza».

Alla ricerca del carbonio. A dare un'ulteriore spinta ai principi dell'archeologia processuale fu l'introduzione di una tecnica di indagine rivoluzionaria: il cosiddetto "metodo del carbonio 14" (o radiocarbonio), grazie al quale è possibile datare con grande precisione i reperti costituiti da materiali organici, come resti umani e animali, piante o manufatti.

Si utilizza uno degli isotopi radioattivi del carbonio (il carbonio 14, appunto), presente nei viventi e caratterizzato da una velocità di decadimento costante e nota.

Non appena un essere vivente muore, cessa anche l'assorbimento di tale elemento, che comincia quindi il suo processo di decadimento.

«Dato che possiamo stimare la quantità di carbonio 14 presente in un corpo quando è in vita, per determinare il tempo passato dalla sua morte è come se "contassimo" quanti atomi sono ancora presenti nel reperto, risalendo così alla sua età precisa», spiega Pallecchi. Oggi la tecnica del radiocarbonio ci consente di datare reperti vecchi fino a 60mila anni, eppure la sua scoperta non fu legata all'archeologia.

Tutto partì dagli studi sulla fotosintesi condotti nel 1940 da due ricercatori dell'università americana di Berkeley, Martin Kamen e Sam Ruben, che per primi notarono la radioattività caratteristica di questo elemento. Qualche anno dopo, a elaborare il metodo odierno fu il chimico Willard Frank Libby, dell'Università di Chicago, che riuscì a datare esattamente il frammento di un'antica nave egizia la cui età era già conosciuta con certezza dagli storici. Nel 1960, Libby fu premiato con il premio Nobel per la chimica e la sua tecnica innovò profondamente la ricerca archeologica.

Cartelle cliniche del passato. Un'altra alleata dei moderni professionisti è la medicina, grazie alla quale spesso si può ricostruire con estrema precisione la "cartella clinica" di uomini e donne vissuti migliaia di anni fa. In questo caso, a entrare in campo sono i paleopatologi, medici con competenze archeologiche (o viceversa), specializzati nello studio delle malattie del passato. Grazie a loro possiamo individuare le principali caratteristiche fisiche di un defunto e la presenza di patologie quando era in vita.

«Negli scavi delle antiche sepolture di Policastro Bussentino (Salerno), ci siamo per esempio imbattuti nei resti di una giovane donna vissuta alla fine del II secolo d.C. e la paleopatologia ci ha permesso di analizzarne le ossa e la muscolatura, segnata da stress fortissimi alle giunture, alle spalle e alle caviglie», precisa l'esperta. «Da questi elementi abbiamo dedotto che si muoveva su terreno sconnesso svolgendo attività fisicamente impegnative, che la sua nutrizione non era completa e che probabilmente morì di malaria».

Naturalmente, agli occhi attenti dei paleopatologi, non sono sfuggiti personaggi eccellenti, primo fra tutti il faraone Tutankhamon (II millennio a.C.), la cui mummia, ritrovata nel 1925, è stata sottoposta nel tempo a varie indagini mediche: raggi X, tomografie computerizzate e analisi del Dna. Tra il 2007 e il 2010, l'Istituto per le mummie e l'Iceman dell'Eurac Research ne ha analizzato i resti dal punto di vista genetico, scoprendo che Tutankhamon sarebbe stato il frutto dell'unione tra il faraone Akhenaton e una sua sorella dall'identità ancora incerta.

Non bastasse, effettuando alcune Tac, i ricercatori hanno svelato le cause dei malanni del giovane faraone, come la zoppia, dovuta alla sindrome di Freiberg-Köhler (o morbo di Köhler). Inoltre hanno ritrovato sulla mummia un agente patogeno causa di una grave forma di malaria, che fu probabilmente il motivo della sua morte.

risolvere i cold case. L'opera dei paleopatologi ha consentito di risolvere autentici "cold case" come quello di Ötzi, una mummia risalente all'Età del rame (circa 3.300 anni fa) il cui corpo fu ritrovato per caso tra le montagne dell'Alto Adige nel 1991. Proprio come avrebbe fatto la scientifica di fronte a un cadavere "fresco", i paleopatologi hanno cercato di capire le cause della sua morte, effettuando radiografie e Tac. Ebbene, nella spalla sinistra era presente una punta di freccia che quasi sicuramente ne causò il decesso per dissanguamento.

Non solo: prima di morire, probabilmente Ötzi era stato colpito alla testa (era infatti presente un trauma cranico) e ferito con un'arma da taglio alla mano destra. Tali circostanze hanno fatto pensare a un agguato, nel quale la vittima sarebbe stata colta di sorpresa e il risultato è stato dunque la scoperta di un omicidio vecchio di millenni.

«In fondo, noi archeologi usiamo gli stessi metodi dei medici legali e dei detective, cercando di spiegare le cause di avvenimenti ai quali non abbiamo potuto assistere», conferma Pallecchi. «Non a caso talvolta gli archeologi collaborano con la polizia scientifica e con prestigiosi istituti di medicina legale come il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano».

Scienza hi-tech. Per raggiungere questi straordinari risultati c'è bisogno di esperti capaci di lavorare in team ed entrare in campo al momento opportuno. «Una volta trovati dei resti e compilata una specifica documentazione, raccogliamo le ossa in maniera ordinata e puliamo bene il fondo della fossa», racconta l'esperta. «Fatto ciò, mandiamo i resti in laboratorio dall'antropologo fisico e dal paleopatologo, che li ricompongono e li analizzano, restituendo una relazione dettagliata. Le terre vengono analizzate da esperti come l'antracologo, che analizza i carboni, il carpologo, che studia i resti di semi e frutti, e l'archeoentomologo, specializzato nei resti degli insetti, o dall'archeometrista, il quale ne analizza le caratteristiche chimiche».

Negli ultimi anni, infine, l'archeologia si è anche trasformata in una scienza hi-tech, appoggiandosi all'intelligenza artificiale.

Un esempio è il progetto ArchAIDE, sviluppato nel 2019 dall'Università di Pisa, che permette il riconoscimento e la datazione automatica di frammenti di ceramica tramite una apposita app basata su una tecnologia simile a quella del riconoscimento facciale. Insomma, le indagini sul passato non si fermano: c'è ancora tanto da scoprire.

13 febbraio 2023 Massimo Manzo
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