Scienze

Ci si può allenare alla sinestesia

Il fenomeno che fonde e mescola gli stimoli sensoriali può essere coltivato a proprio vantaggio. Il training potrebbe aiutare a ridurre l'impatto di alcune patologie.

La sinestesia porta a percepire attraverso più sensi uno specifico stimolo sensoriale: per esempio, guardando un frutto se ne percepisce il sapore. L'esempio, abbastanza comune, suggerisce che una leggera forma di sinestesia è comune a molti, se non a tutti. Salendo di livello si scoprono sinestetici artisti di successo fino ad arrivare a persone con sindromi quali la dislessia o l'autismo: ne parliamo in dettaglio in Sinestetici si nasce o si diventa?

Questa complessa condizione neurologica ha basi genetiche? Può essere sviluppata e sfruttata a proprio vantaggio?

Le prime risposte vengono da uno studio dell'Università del Sussex (Regno Unito), che ha messo a punto un training di 9 settimane che ha permesso ai partecipanti di percepire un testo scritto in caratteri neri come se fosse composto da lettere colorate. Alcuni dei partecipanti sono giunti ad associare a una lettera uno stato d'animo: per esempio, la x alla noia e la w alla calma. Hanno cioè acquisito alcune delle capacità tipiche della sinestesia pura, che alcune stime attribuiscono a una persona su 2.000.

Effetto transitorio. La ricerca, pubblicata sulla rivista Scientific Reports, sembra dimostrare che alcuni tratti sinestetici possono emergere quando i soggetti vengono opportunamente allenati con esercizi ad hoc. Dopo tre mesi dalla fine del programma, però, gli effetti del training sono scomparsi e i 14 volontari coinvolti hanno ripreso a percepire la realtà come prima dell'esperimento. «Non abbiamo trasformato persone non-sinestetiche in individui sinestetici», precisa Nicolas Rothen, uno degli autori della ricerca, «ma dimostrato che questo fenomeno ha una componente acquisita e legata allo sviluppo individuale, e non solo genetica.»

Un aiuto in più. «Gli effetti di questo metodo, anche se provvisori, potrebbero essere uno strumento per supportare persone con problemi cognitivi», spiega Daniel Bor, un altro autore dello studio, «per esempio, i bambini che soffrono di sindrome da deficit di attenzione e iperattività o i gli adulti che iniziano ad accusare i sintomi della demenza». I ricercatori hanno anche registrato un incremento del QI (quoziente di intelligenza) in media di 12 punti, a ulteriore dimostrazione che quando il cervello viene stimolato acquisisce nuove capacità.

23 novembre 2014 Paola Grimaldi
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