Chernobyl, 26 aprile 1986 vai allo speciale

Perché le piante non muoiono di cancro?

Che cosa rende i vegetali tanto resistenti a disastri nucleari come quello di Chernobyl? Come ricrescono su zone radioattive e come reggono a radiazioni letali per uomini e animali?

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Camera con vista: un hotel nella città di Pripyat, nella Zona di esclusione di Chernobyl. Vedi anche: foto surreali di luoghi abbandonati. | Shutterstock

Se oggi lupi, orsi e cinghiali sono tornati a popolare la Zona di esclusione di Chernobyl, buona parte delle piante che la abitava non se ne è mai andata - o meglio, è rimasta viva per tutto questo tempo. Escludendo gli alberi della Foresta Rossa - i pini nel raggio di 4 km dal complesso nucleare, che in seguito all'esplosione del 1986 cambiarono colore, per poi morire - molte vicine distese di betulle e di pioppi comunque investite dal fallout nucleare sopravvissero alle radiazioni. E anche nelle zone più pesantemente contaminate, la vegetazione è ricresciuta nell'arco di tre anni.

 

Dure a morire. Che cosa rende le piante (e non gli animali) così resistenti alle radiazioni? Come spiega una sintesi pubblicata su The Conversation, negli organismi viventi, dosi anche limitate di radioattività possono causare mutazioni nel DNA che alterano la funzionalità cellulare e causano l'insorgenza di lesioni cancerose. Nei corpi rigidamente specializzati come quelli animali, dove ogni organo ha una funzione insostituibile e tutti devono cooperare affinché l'individuo resti in salute, la diffusione di cellule "impazzite" può risultare letale.

 

Le piante si sviluppano in modo più flessibile. Non potendo muoversi, si adattano come possono alle condizioni di luminosità, umidità e temperatura. Anziché avere una struttura ben definita fin dall'inizio, la raggiungono in corso d'opera, allungando lo stelo o le radici sulla scia dei segnali chimici che ricevono dagli altri vegetali.

 

Danni confinati. A differenza delle cellule animali, praticamente tutte le cellule delle piante sono in grado di dare origine ad altre cellule di qualunque tipo: è il motivo per cui riusciamo a far crescere una nuova pianta dai "ritagli" di quelle vecchie, e vediamo spuntare radici dove prima c'era un fusto, o una foglia. Per i vegetali è quindi assai più facile rimpiazzare un tessuto morto, a prescindere dal tipo di danno subito. Inoltre, le cellule con mutazioni pericolose non sono libere di proliferare come fanno nel corpo animale, per via delle spesse e rigide pareti interconnesse che circondano le cellule delle piante.

 

Ancora più attrezzate. Oltre a tutto questo, le piante di Chernobyl sembrano essersi adattate a vivere in un'area off-limits per la maggior parte degli esseri viventi, sviluppando proteine per difendersi dalle anomalie genetiche e per riparare eventuali danni cellulari. In passato, i livelli di radioattività sul nostro pianeta erano molto più alti rispetto ad oggi: le piante potrebbero aver attinto a quegli antichi meccanismi protettivi per fronteggiare una situazione di emergenza.

 

eterno giardino. La lunga vita delle piante di Chernobyl sembra prolungarsi anche oltre la morte, quando le foglie dovrebbero decomporsi: nella Foresta Rossa, la scarsità di insetti, lombrichi, batteri e funghi dovuta al residuo radioattivo rallenta notevolmente il processo di marcescenza del materiale vegetale che giace al suolo. Tronchi e foglie morte restano lì come zombi: nel caso divampasse un incendio, si rischierebbe una diffusione di particelle radioattive ben oltre la zona di esclusione.

 

3 luglio 2019 | Elisabetta Intini