Che cosa può rinascere dalle ceneri di Città della Scienza

Il rogo di lunedì ha mandato in fumo una delle eccellenze italiane. Per vanificare gli sforzi di chi ha innescato l'incendio, è necessario ricostruire investendo nella ricerca e nella cultura.

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Una mostra interattiva nello Science Centre di Città della Scienza. Foto credit: Città della Scienza Fondazione IDIS-Città della Scienza

Le fiamme che lunedì notte hanno dilaniato Città della Scienza a Napoli non si sono portate via soltanto un polo scientifico d'eccellenza, un museo interattivo - il più grande nel nostro paese, e uno dei più importanti in Europa - più volte riconosciuto come una delle 100 eccellenze italiane.

Hanno distrutto anche un modello di ciò che la divulgazione scientifica può fare all'interno della società civile. La necessità di coniugare ricerca scientifica e impegno civico era un imperativo costante per Vittorio Silvestrini, fondatore del progetto e per gli oltre 160 dipendenti rimasti, con il rogo, senza lavoro. Qui era nata, ad esempio, MASAD, un'associazione che ha come obiettivo la promozione di un dialogo pacifico, basato su temi scientifici, tra i popoli del Mediterraneo (tra gli ultimi progetti, una mostra matematica creata da un team di lavoro israelo-palestinese).

Qui, nel quartiere Bagnoli, nelle strutture abbandonate della acciaieria Italsider (la vecchia Ilva) fulcro della classe operaia napoletana del secolo scorso, era sorta negli anni '90 una struttura capace di avvicinare alla scienza i bambini, offrendo un posto dove giocare e scoprire il mondo anche in estate, quando i genitori erano costretti a rimanere in città per lavorare. Qui la scienza diveniva occasione per parlare di economia, imprese, ricerca, sviluppo, e non un pretesto per fare di un polo della conoscenza un tempio del sapere accessibile a pochi.

Nel rogo (con ogni probabilità doloso, questa l'ipotesi di reato) sono andati in fumo anche gli sforzi di autofinanziamento di un centro costruito sì - come spesso si racconta - sul modello di grandi complessi scientifici europei, come La Villette di Parigi, ma a differenza di questi, autofinanziato per il 70%. In Europa, la maggior parte dei musei scientifici di uguale importanza riceve proprio il 70%, a volte anche il 90%, di finanziamenti pubblici. Fondi che dallo Stato Italiano non arrivavano (anzi, il museo vantava crediti con lo Stato per lavori già fatti). Tanto che i dipendenti, gli stessi che lunedì assistevano all'incendio in lacrime, non ricevevano lo stipendio da 11 mesi.

La ricostruzione, da più parti invocata in queste ore, è un'opportunità che bisogna saper sfruttare nel modo giusto. Rimettere in piedi i padiglioni distrutti e riportare i luoghi del museo al loro splendore non basterebbe più, se a questo non si vorrà aggiungere un impegno concreto da parte delle istituzioni a tutelare il mondo della ricerca e della divulgazione scientifica; a investire nella cultura, che nei momenti di difficoltà economica può essere, la Città della Scienza l'ha dimostrato, un potente motore di rilancio economico e sociale; a scommettere nei giovani e nella loro voglia di fare, sostenendo i poli del sapere aperti a tutti, che si chiamino musei, scuole o università.

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07 Marzo 2013