Se mangiamo bene il cervello memorizza il posto per poterci tornare

Ricordate ancora il ristorantino in riva al mare in cui avete mangiato un pesce favoloso? Niente di strano. Gli scienziati hanno visto che il nostro cervello funziona come un GPS: è in grado di memorizzare i posti in cui il cibo è migliore, per poterci ritornare. Forse per un retaggio ancestrale.

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Provate a pensare dove avete assaggiato l’hamburger più gustoso, la sacher torte migliore o la pizza più buona. Probabilmente ricorderete con precisione il luogo, l'arredamento e forse anche il tavolo dove eravate seduti: perché accade?

 

Il cibo, per il nostro cervello, funziona un po' come i satelliti per il Gps: gli consente di memorizzare il luogo esatto in cui si sta mangiando. Lo sostiene uno studio condotto su animali, appena pubblicato su Nature Communications.

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La sensazione di sazietà passa dallo stomaco al cervello tramite il nervo vago che comunica direttamente con il tronco cerebrale. Il nervo vago comunica però anche con l'ippocampo l'area deputata alla memoria, permettendoci di ricordare i luoghi in cui il cibo è migliore. | Shutterstock

Ci sai tornare? A rinforzare questo tipo di memoria sarebbe il nervo vago che collega i nostri due cervelli: quello che abbiamo sempre... conosciuto, che abbiamo in testa, e l'altro, di cui si sente sempre più spesso parlare, che si trova nell'apparato gastrointestinale (e che di recente è stato anche osservato sperimentalmente).

 

Una delle funzioni principali del nervo vago è quella di trasmettere infatti i segnali biochimici dallo stomaco al tronco cerebrale: da questo nervo, quando lo stomaco è pieno, passa ad esempio il messaggio di "sazietà". Ma comunicare con il tronco cerebrale non è la sua unica funzione.

 

In questo studio i ricercatori sostengono che il nervo vago invierebbe anche segnali a un'altra parte del cervello, l'ippocampo, l'area deputata alla formazione della memoria comportandosi, sostengono gli studiosi, più o meno come le applicazioni di navigazione che oggi quasi tutti usiamo (per esempio, Google Maps).

E chi se lo scorda! Questo potrebbe avvenire per un meccanismo neurobiologico che risale all'epoca preistorica in cui vivevamo di caccia. Allora era fondamentale che il nostro intestino lavorasse a stretto contatto con il cervello, memorizzando i luoghi in cui si era fatta "caccia grossa".

 

In altre parole i nostri antenati memorizzavano i posti dove avevano trovato e raccolto cibo in abbondanza in modo da poterci ritornare i giorni successivi. Lo stesso, come ha dimostrato l'esperimento appena condotto su ratti di laboratorio, accade ancora oggi tra gli animali.

 

Topi smemorati. I ricercatori hanno verificato infatti che se i ratti trovano e mangiano qualcosa di buono, il loro nervo vago si attiva automaticamente, favorendo la comunicazione con l'ippocampo in modo da memorizzare le informazioni utili a riportarli sul luogo del "bengodi".

 

Diversamente i ricercatori hanno notato che i ratti con la via intestinale del nervo vago scollegata non riuscivano a ricordare le informazioni ambientali, subendo significative alterazioni nella memoria.

 

16 Giugno 2018 | Giuliana Rotondi