Cervelli di maiale tenuti vivi fuori dal corpo: a cosa è servito?

Un gruppo di scienziati ne ha mantenuto le cellule vitali per 36 ore grazie a un mix di fluidi ricchi di ossigeno: lo scopo e le implicazioni etiche di un esperimento di cui forse avrete sentito parlare.

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Cervello in provetta: un'immagine concettuale.|Shutterstock

La notizia circola in Rete già da qualche giorno: un gruppo di neuroscienziati dell'Università di Yale è riuscito a ripristinare la circolazione in cervelli di maiali decapitati, mantenendo  "in vita" gli organi staccati dal corpo per 36 ore.

 

L'esperimento avvenuto su un numero compreso tra 100 e 200 suini già deceduti, ottenuti da un macello, è stato descritto a fine marzo durante un incontro dei National Institutes of Health americani, volto a indagare le frontiere e i limiti etici di alcuni importanti progetti nell'ambito delle neuroscienze in corso negli USA. Come tutti i lavori situati sulla linea di confine tra la vita e la morte, si presta a dibattiti e accesi e facili semplificazioni. Cerchiamo dunque di vederci più chiaro.

Microcircolazione. Il gruppo di scienziati guidato da Nenad Sestan ha utilizzato un sistema di pompe, tubicini e sacche di sangue artificiale riscaldato - una tecnologia chiamata BrainEx - per ripristinare l'ossigenazione degli organi, interrotta bruscamente con la macellazione degli animali. I cervelli sono stati raffreddati entro pochi minuti e poi connessi al sistema chiuso di circolazione 4 ore più tardi. Le sacche di sangue a temperatura corporea hanno riscaldato di nuovo gli organi, arrivando a irrorare attraverso i vasi sanguigni minori anche le aree più profonde dei cervelli.

 

Nessun rinvenimento. I cervelli di maiale - è bene chiarirlo subito - non hanno ripreso coscienza. In altre parole, non c'è modo di ritenere che l'animale (o quel che ne restava) abbia in qualche modo percepito di essere ancora vivo, ne abbia avuto sentore o ricordo. Gli scienziati hanno escluso questa inquietante, benché affascinante eventualità monitorando l'attività elettrica degli organi, con elettrodi posti sulla sua superficie. Le onde cerebrali piatte equivalenti a quelle di uno stato comatoso hanno dissipato ogni dubbio.

 

Tuttavia, buona parte del tessuto cerebrale è parso in buona salute. Miliardi di cellule nervose sono rimaste funzionanti e in grado di compiere una normale attività elettrochimica, un risultato che ha lasciato di stucco gli stessi autori dello studio (i tessuti cerebrali di norma si deteriorano molto velocemente, dopo la morte).

 

Con quali criteri viene stabilita una diagnosi di morte? La questione è assai più complessa di quanto si pensi: per approfondire | Shutterstock

A che cosa è servito? Anche se la tecnica usata per "mantenere in vita" gli organi può ricordare quelle a cui si ricorre per i trapianti, l'esperimento non ha nulla a che fare con i tentativi di chi continua a blaterare di fantomatici trapianti di testa (che come abbiamo più volte riportato, almeno per ora, non sono possibili).

 

Il progetto, iniziato quattro anni fa, è nato piuttosto dal desiderio di costruire un atlante il più possibile completo delle connessioni cerebrali: lavorare su organi ancora in gran parte intatti permetterebbe di tracciarle più facilmente.

 

Trapianto di testa (o, se preferite, di corpo): perché non c'è stato, e forse non ci sarà mai | Shutterstock

Dilemmi inevitabili. Ma è proprio sulle possibili applicazioni di ricerca di questi "cervelli senza corpo" che si instaurano i primi dubbi di tipo etico. Questi potrebbero diventare cavie per testare innovativi farmaci tumorali, o sperimentare cure per l'Alzheimer troppo pericolose per i vivi. Il metodo di ossigenazione usato dagli scienziati di Yale potrebbe infatti funzionare anche sui primati. Per ora è escluso che gli organi "redivivi" avessero coscienza del loro stato, ma come possiamo essere certi che questa non rimanga comunque una possibilità?

 

Che cosa accadrebbe, inoltre, se un cervello umano si risvegliasse in quella sensazione di massima deprivazione sensoriale, senza occhi, né orecchie, né lingua? Soprattutto, senza identità né protezione giuridica? Che cosa avverrebbe se potesse mantenere qualcosa di simile a un ricordo? Possono sembrare domande "spinte", ma dati i risultati promettenti della tecnica, è giunto il momento di porsele.

 

02 Maggio 2018 | Elisabetta Intini