Fame: una parola sconosciuta 20.000 anni fa

Fino alla nascita dell'agricoltura e ai cambiamenti epocali che ne sono seguiti, la forma della bocca e delle arcate dentali impediva ai nostri antenati di formulare alcuni fonemi.

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Non tutti i suoni che sappiamo articolare sono sempre esistiti: alcuni sono nati con l'agricoltura, che ha modificato alimentazione e anatomia dell'uomo.|Jumbo2010 / Shutterstock

Fuoco, vento, freddo... tutte cose con cui l'uomo di neanderthal doveva confrontarsi tutti i giorni, ma che non avrebbe potuto nominare (perlomeno, non in italiano). Questo perché, secondo uno studio pubblicato su Science, l'essere umano non è sempre stato capace di pronunciare tutti i suoni che conosciamo oggi: per via della diversa conformazione della bocca mancavano, per esempio, le cosiddette fricative labiodentali sorde (come la F) e sonore (la V), così chiamate perché vengono pronunciate unendo labbro inferiore e arcata dentale superiore, operazione impossibile per molte specie di Homo prima di noi.

 

linguistica: alimentazione, anatomia e evoluzione del linguaggio
La mandibola e la mascella.

«Possiamo affermare con ragionevole certezza che fino al Neolitico questi foni non esistevano», afferma Balthasar Bickel, linguista all'Università di Zurigo, uno degli autori dello studio.

 

Che cosa è cambiato. Alcuni suoni, come appunto la F e la V, sarebbero arrivati dopo la nascita dell'agricoltura e la sua diffusione, 10-12.000 anni fa (ma alcuni ricercatori ritengono che andrebbe retrodatata a 20-22.000 anni fa). In qualche migliaio di anni, nuove abitudini alimentari, con i relativi cambiamenti nella masticazione, avrebbero cambiato la struttura della mandibola degli uomini, rendendo possibili nuovi suoni.

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Dentatura: incisivi centrali superiori. | dozenist, via WikiMedia

Prima del Neolitico (l'ultimo periodo dell'Età della Pietra, attorno a 10.000 anni fa) prevaleva il morso edge-to-edge (bordo su bordo): l'arcata dentale superiore non sovrastava quella inferiore, ma i denti si toccavano fra loro con i margini incisivi. Con il passaggio all'agricoltura e a cibi più "morbidi", il morso cambiò diventando overjet e overbite (l'arcata dentale superiore spostata in avanti di qualche millimetro rispetto a quella inferiore): questa conformazione, che consente di portare il labbro inferiore a contatto con l'arcata dentale superiore, avrebbe favorito la nascita di suoni come "F" e "V".

 

«La ricerca dimostra che un cambio culturale può avere ripercussioni sulla nostra biologia, per esempio influenzando la lingua che parliamo», sottolinea la studiosa di morfologia evoluzionista Noreen Von Cramon-Taubadel, dell'Università di Buffalo (Usa).

 

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Sahelanthropus tchadensis: specie estinta di ominide vissuto in Africa tra 7 e 6 milioni di anni fa; Australopithecus africanus: specie estinta di ominide vissuta in Africa tra 3 e 2 milioni di anni fa; Homo erectus: 2-1 milioni milioni di anni fa; Homo neanderthalensis: 200.000 - 40.000 anni fa; Homo sapiens: comparso in Africa circa 300.000 anni fa, è l'unica specie vivente della famiglia degli ominidi. Per approfondire: che cosa possiamo scoprire dai denti preistorici. | Puwadol Jaturawutthichai / Shutterstock

 

Dubbi e altre ipotesi. Nel mondo scientifico c'è però chi ha manifestato scetticismo, come il paleobiologo Jordi Marcé-Nogué. Il ricercatore sostiene che i nostri antenati ominini cuocevano gli alimenti per renderli più morbidi molto prima dell'introduzione dell'agricoltura. Questa pratica, nata da un'idea (quindi da un "pensiero evoluto"), avrebbe col tempo portato a una nuova forma del cranio e della mandibola, favorendo la nascita di nuovi suoni del linguaggio, ma... «che cos'è mutato prima, il cervello o il linguaggio?», si chiede Marcé-Nogué, rifacendosi ad autorevoli ricerche precedenti.

Altri studi ancora, inoltre, ipotizzano che l'agricoltura si sia diffusa molto prima del Neolitico, forse anche oltre 20.000 anni fa, e se così fosse i conti non tornerebbero. In più, lo studio di Bickel e colleghi mette in discussione una delle più consolidate certezze dei linguisti, il cosiddetto principio dell'uniformitarismo, che adattato al contesto afferma che l'abilità umana di utilizzare il linguaggio non è cambiata dalla comparsa del linguaggio stesso. Vedremo come gli studi di linguistica risponderanno ai quesiti aperti dalle ipotesi di questa ricerca.

 

08 Maggio 2019 | Chiara Guzzonato