Addio alla signora della scienza, le sue frasi più belle

Dal rapporto tra corpo e mente al segreto della sua intelligenza, fino al messaggio per le nuove generazioni di ricercatori: le citazioni da ricordare di Rita Levi Montalcini.

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La scienziata Premio Nobel all'età di 98 anni. Photo credit: audrey_sel, Flickr

Di sé diceva, nel giorno del suo 100esimo compleanno: «Sono stata, in tutto, una donna fortunata. Non ho rimpianti». Più che una scienziata, amava definirsi un' "artista", anche se alla scienza e alla ricerca, ha dedicato l'intera esistenza. In un'epoca in cui alle donne veniva chiesto prima di tutto di diventare mogli e madri aveva affermato con forza la propria libertà, ottenendo dal padre di iscriversi alla Facoltà di Medicina all'Università di Torino e rinunciando a formare una famiglia: «Quando avevo tre anni decisi che non mi sarei mai sposata» raccontava in un'intervista al quotidiano Repubblica nel 2008.

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Ogni suo intervento o contatto con la stampa contiene una frase da ricordare. Celebre quella che suggellava la serena accettazione della vecchiaia e del decadimento fisico nei giorni in cui spegneva 100 candeline: «Ho perso un po' la vista, molto l'udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent'anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente». Parlando della plasticità neuronale, la capacità del sistema nervoso di modificare la sua funzionalità in risposta agli eventi che lo interessano, affermava: «Il cervello non ha rughe: se continua a lavorare sodo, si rinnova continuamente, anche dopo gli 80 anni e, a differenza di altri organi, può perfino migliorare».

Per questo fino all'ultimo - nonostante una maculopatia che l'aveva resa quasi cieca - non ha mai smesso di lavorare, continuando a curare i lavori alla Fondazione EBRI (European Brain Research Institute), da lei creata nel 2001. «Nel momento in cui smetti di lavorare, sei morto» sosteneva, invitando chi già fosse in pensione a coltivare una seconda passione per tenere la mente allenata. Nel tempo libero, si teneva occupata con Bach e Schubert. «Quand'ero ragazza li ascoltavo alle cinque del mattino: i miei vicini mi dicevano: almeno appendi alla porta il programma del giorno. Oggi? Oggi mi manca il tempo...».

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Da profonda conoscitrice delle neuroscienze, diceva: «Tutti dicono che il cervello sia l'organo più complesso del corpo umano, da medico potrei anche acconsentire. Ma come donna vi assicuro che non vi è niente di più complesso del cuore. Ancora oggi non si conoscono i suoi meccanismi».

Quando qualcuno le chiedeva il segreto del suo ingegno rispondeva con semplicità, come nel 2008, durante il conferimento della laurea honoris causa all'Università di Milano-Bicocca: «La mia intelligenza? Più che mediocre. I miei unici meriti sono stati impegno e ottimismo». «L'assenza di complessi psicologici - aggiungeva - la tenacia nel seguire la strada che ritenevo giusta, l'abitudine a sottovalutare gli ostacoli - un tratto che ho ereditato da mio padre - mi hanno aiutato enormemente ad affrontare le difficoltà della vita. Ai miei genitori devo anche la tendenza a guardare gli altri con simpatia e senza diffidenza».

Proprio l'ottimismo era il regalo che si sentiva di fare alle nuove generazioni: «Bisogna dire ai giovani quanto sono stati fortunati a nascere in questo splendido Paese che è l'Italia». Ai giovani ricercatori consigliava un'esperienza all'estero per poi rientrare in Italia e contribuire, con il proprio lavoro, all'innovazione del Paese. Per questo ricorreva, incessante, il suo appello alle istituzioni: «Non cancellate il futuro di tanti giovani ricercatori che coltivano la speranza di lavorare in Italia».

31 Dicembre 2012 | Elisabetta Intini