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Veronesi: addio all'oncologo paladino delle donne, guidò rivoluzione bisturi 'soft'

È stato anche ministro della sanità

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| ADN Kronos

Milano, 9 nov. (Adnkronos Salute) - "Trovare un'alternativa alla mastectomia", a una mutilazione che colpisce la donna nel cuore della sua femminilità: il seno. L'oncologo ed ex ministro della Sanità Umberto Veronesi, morto ieri sera nella sua casa di Milano all'età di 90 anni, la definiva la sua "ossessione". Un pensiero fisso che ha guidato il medico, nato nel capoluogo lombardo il 28 novembre 1925, fino alla rivoluzione del bisturi 'gentile', da lui innescata con l'invenzione di una tecnica chirurgica in grado di salvare il seno colpito dal cancro, eliminando il tumore senza mortificare il corpo femminile.

 

La quadrantectomia è stata la sua creatura più cara, tecnica che lo ha reso noto in tutto il mondo e che prevede l'asportazione della sola parte di seno colpita dalla malattia, 'conservando' il resto. Oggi è diventata patrimonio delle sale operatorie. Ma negli anni '70-80 l'oncologo dovette vincere le resistenze di chirurghi ancorati a una visione tradizionale centrata sull'intervento radicale. Veronesi amava ricordare quella svolta storica che lo rendeva orgoglioso: "Io so cos'era la mastectomia nel dopoguerra. Non si trattava solo di asportare il seno malato. Venivano tolti tutti i muscoli e i linfonodi ascellari, e a volte persino le ovaie e l'ipofisi. La mutilazione era gravissima, la regola era dare alla paziente il massimo livello tollerabile di terapia. Un concetto che negli anni '70 abbiamo ribaltato, aprendo al minimo trattamento efficace".

 

E ancora: "Negli anni in cui la mastectomia era un dogma inattaccabile - raccontava - mi sono accorto che il terrore della mutilazione spingeva le donne a nascondere quel nodulo comparso all'improvviso. Fino all'esplosione della malattia". Cambiare il corso delle cose, "sembrava una battaglia persa in partenza perché tutto il mondo medico credeva" che fare 'tabula rasa' del seno malato "fosse l'unica strada per salvare le donne. Ci sono voluti anni per fargli cambiare idea. Intanto fui accusato di essere un folle visionario". Il 1981 è l'anno della consacrazione: sul 'New England Journal of Medicine' viene pubblicato un suo studio condotto su 700 donne per confrontare l'efficacia di mastectomia e quadrantectomia. Le probabilità di guarigione risultano sovrapponibili, con il vantaggio che la quadrantectomia salva anche la qualità della vita.

 

Il resto è storia. La storia di una carriera cominciata all'inizio degli anni '50, con la laurea in Medicina alla Statale di Milano e l'ingresso come volontario all'Istituto nazionale tumori (Int), di cui diventerà direttore generale nel 1975. Raccontò più volte di essersi voluto occupare di cancro a tutti i costi, in anni in cui "la bestia nera della medicina" non lasciava speranze, rinunciando a una carriera più comoda e veloce. Seguendo la strada conservativa, Veronesi approda alla biopsia del linfonodo sentinella per evitare la dissezione ascellare nei casi in cui i linfonodi sono sani. Poi arriva la radioterapia intraoperatoria, che si esaurisce in una sola seduta, durante l'intervento stesso.

 

Scoperte che segnano la 'seconda vita' di Veronesi nell'Istituto da lui fondato a Milano con il banchiere Enrico Cuccia: l'Ieo (Istituto europeo di oncologia), Irccs privato convenzionato con il Servizio sanitario nazionale di cui è stato direttore scientifico fino al 2014. Risale infatti al 22 settembre di quell'anno l'annuncio sulla decisione di lasciare il suo posto a Roberto Orecchia (direttore della Radioterapia in Ieo), da lui stesso designato come suo successore. Veronesi resterà direttore scientifico emerito.

 

Nato con la mission della prevenzione salvavita, cavallo di battaglia dell'oncologo, l'Ieo conta oggi 20 soci di noti gruppi bancari, assicurativi e industriali. Lo scienziato milanese, del resto, è sempre riuscito ad aggregare il gotha dell'economia nazionale intorno ai suoi progetti, come l'Ieo 2, oggi realtà, e il Cerba (Centro europeo di ricerca biomedica avanzata), un suo "sogno" invece tramontato, al momento: il destino del Centro era legato a doppio filo al nome dell'imprenditore siciliano Salvatore Ligresti, doveva sorgere su terreni di sua proprietà, all'interno del Parco Sud. A frenare la corsa del progetto, inizialmente, proprio il crac della galassia Ligresti nel 2012. Ma a mettere momentaneamente una pietra sopra è stato il Comune di Milano, scegliendo di non firmare la proroga richiesta per la firma della convenzione.

 

Nonostante tutto, Veronesi non ha mai abbandonato l'idea e, nei giorni successivi alla decisione di individuare un suo successore ai vertici scientifici dell'Ieo, ha avuto modo di tornare sul tema Cerba. Era dicembre 2014: "Finalmente il concordato fallimentare si è risolto completamente, la magistratura ha concluso il suo lavoro e" con lo sblocco dei terreni "ora si può ripartire", auspicava immaginando in un futuro senza di lui un Ieo "indipendente" e "centro mondiale grazie al futuro Cerba".

 

Veronesi dalle mille facce: all'Ieo fino agli ultimi anni lo si vedeva camminare nei corridoi con la tuta verde da chirurgo; ministro della Sanità dall'aprile del 2000 al giugno del 2001 con il secondo Governo Amato; senatore nelle file del Pd durante la XVI legislatura; paladino dei diritti delle coppie omosessuali ("Il loro è l'amore puro. L'omossessualità è una scelta consapevole e più evoluta", ebbe a dire); sostenitore di un approccio laico alla vita, che lo ha portato in alcune occasioni ad affrontare la chiesa 'a muso duro', in difesa della libertà di ricerca scientifica o del diritto a sottoscrivere un testamento biologico, strumento che fu il primo a lanciare in Italia.

 

E ancora Veronesi minacciato dalla Brigate rosse, come racconterà in uno dei suoi libri; Veronesi pro Ogm, favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere, aperto a strumenti come la pillola abortiva RU486, animalista, vegetariano, pacifista e motore di Science for Peace, movimento per la pace in cui ha coinvolto personalità del mondo scientifico, tra cui diversi premi Nobel.

 

Il medico, che ha anche una Fondazione che porta il suo nome (la Fondazione Umberto Veronesi), ha avuto una vita intensa. L'incidente con una mina antiuomo ai tempi della guerra, il contribuito alla nascita dell'Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro), l'esperienza nella commissione nazionale che si occupò di valutare la cura Di Bella, la parentesi all'Agenzia italiana per la sicurezza sul nucleare, carica per cui lasciò nel febbraio 2011 la poltrona di senatore, convinto che all'Italia servisse "un grande piano per l'atomo". Un'esperienza conclusa con un addio un po' amaro, dopo che il referendum rivelò la volontà negativa dei cittadini sul nucleare.

 

Veronesi sarà ricordato per le battaglie in nome dell'umanizzazione delle cure (sognava ospedali più belli, dove i parenti possono stare al fianco dei malati senza limiti orari e si mangia bene, come a casa), ma anche per l'impegno sul fronte della prevenzione per il tumore al seno, in nome della "mortalità zero", obiettivo "possibile da raggiungere entro il 2020".

 

Il suo contributo lo scienziato, premiato negli anni con 14 lauree Honoris causa e una lunga lista di riconoscimenti internazionali, lo ha dato anche e soprattutto con la battaglia per istituzionalizzare gli screening di massa e con l'opera di sensibilizzazione delle donne sull'importanza di sottoporsi ai controlli con regolarità per 'stanare' eventuali noduli quando sono ancora di pochi millimetri e le chance di salvarsi sono altissime.

 

Nella sua vita alla ribalta, nei suoi libri, ogni tanto sono affiorati anche sprazzi del Veronesi più intimo: "Ho conosciuto la guerra e la Resistenza, una mina anti-uomo mi è scoppiata fra i piedi e so cosa vuol dire stare a lungo in ospedale", ha avuto modo di raccontare, parlando degli eventi che hanno segnato la sua missione di medico.

 

Fra i ricordi che amava far riaffiorare quelli della Milano dei sobborghi agricoli, di quando viveva con 4 fratelli e una sorella in una fredda cascina alla periferia est del capoluogo lombardo.

 

Definiva la madre una figura "centrale, determinante" nella sua vita, avendo perso il papà all'età di 6 anni. Era sposato con la pediatra Sultana (detta Susy) Razon e aveva 7 figli: Paolo, senologo all' Ieo; Marco, architetto; Pietro, economista; Giulia, chirurgo toracico prima all'Ieo dove ha condotto studi sul tumore al polmone, poi all'Humanitas di Rozzano (Milano); Silvia, avvocato; Alberto, direttore d'orchestra e Francesco, anche lui una laurea in architettura.

 

9 novembre 2016 | ADNKronos