Salute

Vaiolo delle scimmie: un allarme ignorato per anni

Da tempo gli scienziati africani ripetevano che il virus del vaiolo delle scimmie corre anche grazie a comportamenti inediti: non sono stati ascoltati.

Mentre il mondo occidentale si stupiva per la comparsa "improvvisa" di focolai di vaiolo delle scimmie, gli epidemiologi africani erano alle prese con un terribile déjà vu. Questa malattia virale (monkeypox, in inglese) è presente in Africa centrale e occidentale da decenni, e da tempo gli scienziati locali sottolineano il potenziale di diffusione del virus, il cui comportamento si è trasformato rispetto all'inizio. Ma se la risposta ai contagi registrati di recente in Spagna, Canada, USA e Regno Unito è stata tempestiva, non altrettanto si può dire per le risorse messe in campo in Africa, dove circola un ceppo del virus anche più letale.

Due pesi, due misure. Il vaiolo delle scimmie è stato ignorato dai Paesi occidentali finché non li ha toccati da vicino. E ora che siamo tutti sulla stessa barca, il trattamento riservato a malati e contatti stretti nei diversi Paesi non è affatto equo. Prima di quest'anno, la diffusione del vaiolo delle scimmie fuori dall'Africa era stata appena percettibile: il più importante focolaio si era verificato negli USA nel 2003, ma si trattava di una settantina di contagiati appena.

I casi fuori dall'Africa riguardavano per lo più persone di ritorno dal continente o entrate in contatto con animali importati: anche se non è chiaro quali specie siano riserve naturali del virus - il patogeno si chiama così perché fu osservato per la prima volta in alcuni primati di laboratorio nel 1958 - si sa però che esso circola nei roditori, che lo possono trasmettere all'uomo.

Più pericoloso. Come spiegato su Nature, alcuni Paesi africani sono alle prese con il vaiolo delle scimmie dal 1970, anno in cui fu identificato in Congo il primo caso di contagio nell'uomo. Un focolaio importante è divampato nel 2017 in Nigeria, con oltre 200 casi confermati e 500 sospetti. Negli ultimi dieci anni migliaia di casi probabili, e centinaia di morti sospette attribuibili al virus si sono verificati nella Repubblica Democratica del Congo: il ceppo di vaiolo delle scimmie che circola in Africa centrale è oltretutto più virulento e più letale, con una mortalità del 10%.

Una curiosa evoluzione. Gli scienziati che in Africa hanno studiato queste ultime epidemie hanno notato qualcosa di strano. Prima del 2017 il vaiolo delle scimmie circolava soprattutto nelle campagne, tra i cacciatori che entravano a contatto con animali infetti. Si manifestava in genere con febbre e con le caratteristiche pustole piene di fluido su mani, piedi e volto.

Dopo quell'anno ha invece cominciato a comparire nelle città, e le lesioni sono spuntate anche nelle aree genitali, a indicare un contagio per via sessuale o attraverso un contatto intimo tra umani. La stessa veste che il virus ha ora in Occidente: se l'allarme lanciato cinque anni fa in Africa fosse stato ascoltato, oggi non saremmo così sorpresi.

Più vulnerabili. Un'altra osservazione a lungo ignorata riguarda la ridotta immunità al virus dovuta a una conquista della medicina moderna, ossia l'eradicazione del vaiolo (un virus imparentato con quello del vaiolo delle scimmie, ma più letale) nel 1980 e il conseguente stop alle vaccinazioni contro di esso. Le nuove generazioni sono quindi più vulnerabili al monkeypox e i casi in Africa subsahariana risultano in aumento da decenni.

Non abbiamo imparato niente. Al tempo stesso Paesi in cui la minaccia era assai meno concreta rispetto all'Africa hanno ammassato scorte di vaccini anti-vaiolo nella remota possibilità di una fuga del virus dai laboratori o di un loro utilizzo come armi batteriologiche. Ora quelle scorte sono utilizzate in Francia, Regno Unito, Canada e Stati Uniti per una strategia di vaccinazione ad anello, che consiste nella somministrazione del vaccino a tutti i contatti stretti dei contagiati.

Un approccio che avrebbe adottato anche l'Africa, se solo ci fossero stati abbastanza vaccini a disposizione. Ma i Paesi occidentali non hanno donato le loro scorte a quelli africani che ne avevano necessità, nemmeno per proteggere il personale sanitario in prima linea. Se vi ricorda qualcosa, è perché la storia si ripete: con la CoViD-19 è successo lo stesso.

Non solo vaccini. L'OMS ha da parte 31 milioni di dosi di vaccino contro il vaiolo donate dai Paesi membri, ma si tratta di vaccini di prima generazione, con parecchi effetti collaterali e non raccomandati contro il vaiolo delle scimmie, assai meno letale. E anche se si avessero scorte per tutti, con i vaccini soltanto non si vincerebbe la sfida.

Per non consumarli a vuoto occorre innanzitutto migliorare sorveglianza e diagnosi contro la malattia. La vaccinazione ad anello è efficace soltanto se si comprende come sta circolando il patogeno a livello locale. Bisogna inoltre capire da quali animali abbia origine il virus e intervenire alla fonte, cioè sul contatto ravvicinato tra uomo e fauna selvatica.

Soprattutto, occorre agire uniformemente. Soluzioni isolate, che risolvano il problema soltanto nei Paesi industrializzati, presenteranno presto il conto altrove, e poi di nuovo qui, nei cicli e ricicli che ormai abbiamo imparato a conoscere.

30 giugno 2022 Elisabetta Intini
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