Salute

Vaccino COVID-19: i risultati preliminari dei test della Moderna

Parziali, ma incoraggianti, i primi risultati dei trial di un vaccino negli USA. I soggetti producono dosi sufficienti di anticorpi neutralizzanti.

Il primo vaccino sperimentale contro la COVID-19 ad essere testato sulle persone sembrerebbe sicuro e capace di sollecitare una risposta immunitaria. È ciò che emerge dai risultati preliminari del trial di fase 1 condotto dall'azienda statunitense Moderna Therapeutics: i dati, che non sono ancora stati pubblicati e sono al vaglio della Food and Drug Administration americana, riguardano soltanto 8 dei primi 45 volontari sani tra i 18 e i 55 anni ingaggiati per valutare la sicurezza del farmaco e la sua capacità di arrivare al sistema immunitario. 

Buone notizie. Tutti i soggetti hanno sviluppato dosi di anticorpi neutralizzanti contro il SARS-CoV-2 equiparabili a quelli trovati nei pazienti convalescenti dalla COVID-19, e dosi più elevate del vaccino hanno prodotto un maggior numero di anticorpi. Questi anticorpi sono stati prelevati e testati su colture di cellule umane in laboratorio, dove hanno mostrato di inibire l'avanzata del virus. Tuttavia, è troppo presto per sapere se questa risposta sia sufficiente a proteggere l'organismo dal contagio, o quanto a lungo possa durare.

Come funziona. Il vaccino sperimentale della Moderna, provvisoriamente chiamato mRNA-1273, include un breve segmento di RNA copiato da una versione sintetica del virus riprodotta in laboratorio - in particolare, comprende le istruzioni genetiche che permettono al coronavirus SARS-CoV-2 di attaccare le cellule umane attraverso le spicole sul suo guscio esterno. Questo segnale dovrebbe funzionare da campanello d'allarme per il sistema immuntiario e scatenare nell'organismo una risposta immunitaria all'infezione. A differenza di altri candidati vaccini, quindi, questo non è ricavato da una forma indebolita del virus e non può causare i sintomi della malattia. La tecnologia a mRNA ha il vantaggio di essere abbastanza rapidamente adattabile a nuove minacce virali, ma è relativamente nuova e finora non ha mai portato a un vaccino commercializzabile.

Chi sono i volontari. La Moderna sta conducendo i test in collaborazione con il National Institute of Allergy and Infectious Diseases, l'istituto guidato da Anthony Fauci che sta anche studiando l'efficacia di alcuni trattamenti clinici contro la COVID-19, come il remdesivir. I volontari coinvolti nel trial di fase 1 erano tutti adulti sani tra i 18 e i 55 anni, che hanno ricevuto tre tipi di dosaggio (basso, medio, alto) in due iniezioni effettuate a 4 settimane di distanza. I risultati diffusi finora riguardano soltanto i dosaggi bassi e medi, sufficienti a causare una risposta immunitaria: data l'enorme quantità di vaccini che occorrerà produrre, è ragionevole che ci si attenga alla minima dose sufficiente per produrre una reazione adeguata. L'unico effetto collaterale notato è stato un lieve rossore sul braccio di un soggetto, dove è stata effettuata l'iniezione.

La prosecuzione dei test di fase 1 coinvolgerà anche gruppi di volontari più anziani, dai 55 ai 70 anni e dai 71 anni in su. Per il momento non sembra esserci l'intenzione di arruolare bambini tra i soggetti - di solito, i test sui bambini avvengono in fasi più avanzate della sperimentazione, quando si è ormai accertata la sicurezza del farmaco. La popolazione testata sarà ampliata prima a centinaia di persone, nelle prossime settimane, e poi a migliaia, a partire da luglio. Secondo i portavoce della Moderna, un vaccino potrebbe essere pronto entro la fine dell'anno o l'inizio del 2021. Finora, nessun vaccino è mai stato prodotto in meno di cinque anni.

Una parziale delusione. Molti altri gruppi di ricerca stanno lavorando a un possibile vaccino contro la COVID-19, usando approcci e tecnologie diverse: nell'elenco ufficiale dell'OMS ce ne sono per ora 76. Negli ultimi giorni, un team dell'Università di Oxford ha pubblicato i risultati dei test di sicurezza di un vaccino anti COVID basato su un adenovirus e sperimentato per ora sui macachi. Il vaccino ha scongiurato le polmoniti e quindi le derive più serie dell'infezione, ma non ha impedito il contagio. Se quanto appurato valesse anche sull'uomo, vorrebbe dire che il SARS-CoV-2 potrebbe comunque continuare a circolare e colpire i più vulnerabili.

19 maggio 2020 Elisabetta Intini
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