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Vaccino anti covid: chi dovrebbe avere la priorità?

Quando avremo un vaccino efficace a disposizione, come andrà distribuito? A chi daremo la precedenza? Gli estremi di una questione etica complessa.

A chi andranno le prime, ambite dosi di vaccino anti CoViD-19?
A chi andranno le prime, ambite dosi di vaccino anti CoViD-19? | Shutterstock

Per avere un vaccino efficace contro la CoViD-19 dovremo nella più rosea delle ipotesi aspettare diversi mesi, ma possiamo usare il tempo che ci separa da quella data in modo proficuo: per esempio, mettendo a punto un piano per garantire un'equa distribuzione delle prime dosi disponibili. Ma che cosa significa equa, in termini pratici? A chi andranno destinate le prime, ambitissime e per forza di cose insufficienti fiale? La delicata questione è al centro di un articolo appena pubblicato su Science.

Due modelli problematici. Finora sono emerse due principali proposte di distribuzione. Alcuni esperti ritengono che il vaccino debba andare in prima battuta al personale sanitario e alla popolazione più esposta alle conseguenze gravi della covid, come gli over 65. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha invece suggerito che ogni Paese debba ricevere dosi di vaccino in proporzione alla sua popolazione. Secondo gli autori dello studio, coordinato dalla Scuola di Medicina dell'Università della Pennsylvania, entrambe le strategie presentano problemi etici non trascurabili. «L'idea di distribuire vaccini in base alla popolazione sembrerebbe una strategia equa - ammette Ezekiel J. Emanuel, primo autore della ricerca - eppure di norma, distribuiamo le risorse in base alla gravità della sofferenza in un dato luogo. E in questo caso, pensiamo che la misura primaria della sofferenza debba essere il numero di morti premature che un vaccino eviterebbe».

 

Identiche misure per tutti? Il piano dell'OMS prevede che in una prima fase riceva il vaccino il 3% della popolazione di ciascun Paese, e che si continui con una distribuzione proporzionale delle dosi finché ogni nazione non abbia vaccinato il 20% dei suoi cittadini. Secondo gli autori dello studio, la strategia ha il merito di essere "politicamente difendibile", ma dà per scontato che equità significhi trattare allo stesso modo aree geografiche colpite in diversa misura dal virus, anziché riservare a ciascuna una risposta conforme ai suoi bisogni. La realtà con cui ci misuriamo vede Paesi con lo stesso numero di abitanti alle prese con situazioni epidemiologiche molto diverse: in alcuni la diffusione è fuori controllo, mentre altri hanno visto una diffusione limitata.

Ricchi e privilegiati. Anche la strategia di riservare il primo accesso al vaccino agli operatori sanitari e agli over 65 - sebbene apparentemente "di buon senso" - presenta criticità. Secondo gli autori, immunizzare dapprima il personale sanitario, che nei Paesi ricchi e industrializzati ha già accesso a dispositivi di protezione e procedure di prevenzione degli agenti infettivi, non cambierebbe in modo sostanziale le sorti della pandemia.

 

Destinare le prime dosi ai Paesi con prevalenza di over 65 non ridurrebbe necessariamente la diffusione del virus, e vorrebbe dire dare accesso al vaccino in primo luogo ai ricchi Paesi occidentali, in cui l'età media della popolazione è più elevata. I Paesi a basso e medio reddito - come l'India, alle prese con oltre 3,6 milioni di casi (dati al 31/08, per aggiornamenti vedi i dati globali su European CDC) - hanno meno abitanti di età avanzata e meno personale medico pro capite di quelli ad alto reddito, ma non si trovano necessariamente in una situazione migliore. «Si finirebbe per dare molte dosi di vaccino ai Paesi ricchi, che non sembra l'obiettivo di una distribuzione giusta ed equa», chiariscono gli autori dello studio.

 

Un piano alternativo. Il team ha elaborato una proposta di distribuzione - il Fair Priority Model - basata su tre valori cardine: mettere al centro il bene delle persone mentre si limitano i danni, dare la priorità ai bisognosi e riservare la stessa preouccupazione morale a tutti gli individui. Il piano è pensato per mitigare tre dei principali problemi emersi con la pandemia di CoViD-19: la morte o il danno permamente agli organi, le conseguenze indirette e a lungo termine sulla salute delle persone e sui sistemi sanitari e gli effetti nefasti del virus sulle attività economiche.

 

La necessità più urgente, al centro della prima fase del piano, sarà di ridurre le morti premature dovute al SARS-CoV-2: per calcolare in quale misura ogni Paese sia colpito da decessi evitabili con un vaccino, si potrebbe utilizzare un indicatore standard usato negli studi sulla salute pubblica, quello sugli "anni di aspettativa standard di vita persi" (Standard Expected Years of Life Lost, SEYLL): in uno studio di fine aprile 2020, questo indicatore ha permesso di stimare che i morti per covid avrebbero potuto vivere in media 10 anni di più.

 

Nella seconda fase si valuterebbero, tramite due specifici indicatori le conseguenze economiche della pandemia sulla popolazione di ogni Paese, e gli sforzi necessari per preservare i cittadini dalla povertà. Nella terza, pur dando la priorità di distribuzione del vaccino ai Paesi con tassi di trasmissione più elevata, si garantirebbe che alla fine tutte le nazioni ricevano dosi sufficienti a ostacolare la trasmissione: si dovrebbe immunizzare almeno il 60-70 per cento della popolazione.

 

3 settembre 2020 | Elisabetta Intini