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Una mutazione aiuta il coronavirus a diffondersi?

Si torna a parlare dell'ipotesi che una mutazione renda il coronavirus più efficiente nel contagio (senza peggiorare i sintomi). Ma restano molti dubbi.

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L'analisi genetica dei campioni di SARS-CoV-2 permette di individuare eventuali mutazioni. | Shutterstock

È stata (ed è) una variante genetica a favorire la diffusione del coronavirus SARS-CoV-2 in certe aree più che in altre? Se ne discute da mesi, e uno studio pubblicato negli ultimi giorni aggiunge carne al fuoco, senza peraltro dare risposte definitive. La variante in questione, chiamata G614 e causata dalla mutazione D614G, è nel mirino dei ricercatori da aprile e sembra rendere il coronavirus più efficiente nella trasmissione; secondo il nuovo lavoro, questa variante potrebbe costituire in effetti un vantaggio evolutivo per il patogeno.

 

Più infettivo (ma non più grave). I virus mutano in continuazione e le mutazioni in sé non sono un dato allarmante o inaspettato; anzi, il SARS-CoV-2 a lungo non si è mostrato in grado di cambiamenti degni di nota. La maggior parte delle volte le mutazioni nei virus non hanno effetti di rilievo e sono addirittura nocive per la sopravvivenza dell'organismo.

 

Tuttavia, a maggio 2020 un gruppo di virologi dello Scripps Research, in Florida, ha scoperto che la mutazione D614G, predominante nel coronavirus diffuso in Occidente, permette al SARS-CoV-2 di moltiplicarsi più facilmente nell'ospite e trasmettersi più facilmente ad altri. Questa mutazione renderebbe infatti più stabile la proteina "spike", che nella versione originale del virus rischia di disintegrarsi durante l'attacco alle cellule delle vie respiratorie e quindi di ostacolare l'infezione. Con le spicole rinforzate, il coronavirus nella variante G614 riuscirebbe a infettare più agevolmente. 

 

Queste osservazioni non da tutti condivise valgono sulle colture cellulari e non necessariamente nel mondo reale; la variante G614 è necessaria, ma non sufficiente, da sola, per aumentare la trasmissibilità, e soprattutto, non provoca una malattia più grave in chi la contrae, nonostante una presunta più alta carica virale nei pazienti contagiati da questo ceppo.

 

Domanda aperta. Lo studio dello Scripps Research è legato a un'altra ricerca dell'Università di Sheffield uscita in aprile sulle mutazioni della proteina spike, che definiva la variante G614 diffusa in Europa "una preoccupazione urgente", perché una volta introdotta in un'area geografica diventava predominante in poche settimane. 

 

La nuova ricerca pubblicata su Cell e condotta nel Los Alamos National Laboratory (USA), conferma che la variante G614 sarebbe divenuta dominante su più livelli geografici (nazionali, regionali, municipali), anche nelle aree inizialmente investite dalla variante "originale" D614; la coerenza con cui questa variante si ripresenta continuamente fa pensare la mutazione che la causa fornisca al virus un vantaggio evolutivo. Altre ricerche non hanno riscontrato una maggiore trasmissibilità tra le cellule dei coronavirus con questa variante; potrebbero esserci fattori alternativi in grado di spiegare l'elevata trasmissibilità dell'infezione in certe aree geografiche (come la Lombardia).

 

Insomma la questione, come molte altre legate alla COViD-19, rimane sospesa, anche perché nessuna di queste ricerche ha ancora subito un corretto processo di revisione, in accordo perfetto con la fretta di sapere indotta dalla pandemia: da qui si prenderà spunto per nuove ricerche.

 

7 luglio 2020 | Elisabetta Intini