Salute

Una guerra immunitaria contro l'HIV

Gli effetti collaterali del trapianto di midollo usato per curare dal cancro pazienti sieropositivi sembrerebbero cancellare dalle cellule ogni traccia del virus.

Dieci anni fa Timothy Brown, sieropositivo e ammalato di leucemia, ricevette un trapianto di midollo da una persona immune all'HIV. Dopo l'intervento, ogni traccia del virus scomparve, rendendo Brown - "il paziente di Berlino" - l'unico ad essersi liberato da ogni forma (anche dormiente) della malattia a lungo termine.

Quasi senza farlo apposta. Il virus dell'HIV prende di mira le cellule immunitarie, mettendole fuori uso e aprendo la strada alle infezioni. Si pensava, quindi, che la guarigione di Brown fosse dovuta al midollo osseo del donatore, una persona con una mutazione a carico del gene CCR5 che rende le cellule immunitarie resistenti all'HIV. Ma ora alcuni ricercatori spagnoli avanzano un'altra ipotesi: a salvare il paziente potrebbe essere stato, almeno in parte, un effetto collaterale del trapianto.

La malattia del trapianto contro l'ospite è una comune e pericolosa complicanza dei trapianti, in cui le cellule del donatore aggrediscono quelle del ricevente, riconoscendole come estranee. Nel caso di Brown, l'aggressione esterna potrebbe aver ucciso le cellule immunitarie infette, e con esse, ogni traccia di HIV.

Salvi (forse). L'ipotesi si basa sulla guarigione di sei pazienti nelle stesse condizioni di Brown, trattati allo stesso modo, e che oggi sembrano totalmente liberi dal virus. Come spiega Javier Martínez-Picado, dell'IrsiCaixa AIDS Research Institute di Barcellona, solo uno su sei ha ricevuto midollo osseo da un ricevente con la mutazione CCR5; tuttavia, tutti e sei hanno sviluppato la malattia del trapianto contro l'ospite.

Sembra più questa seconda reazione, quindi, la responsabile della loro guarigione, che comunque sarà confermata soltanto quando i pazienti interromperanno del tutto le cure antiretrovirali (a partire dal prossimo anno).

Esagerata. Anche se la scoperta fosse confermata, la reazione immunitaria scatenata dai trapianti è troppo violenta e ad alto rischio mortalità, per considerarla una terapia valida. In ogni caso, sta fornendo nuovi dettagli sul modo di nascondersi del virus e sulle armi per neutralizzarlo.

5 maggio 2017 Elisabetta Intini
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