Salute

Tumori: italiani verso cura che fa da 'scudo' anche dopo 14 anni malattia

Il lavoro del San Raffaele di Milano presentato a Washington

Roma, 16 feb. (AdnKronos Salute) - Una rivoluzionaria terapia anti-cancro che, una volta somministrata, potrebbe non solo sconfiggere la malattia, ma anche impedire che si ripresenti per anni, in maniera simile a quanto fa un vaccino. E' lo straordinario risultato ottenuto grazie a uno studio firmato Irccs ospedale San Raffaele e università Vita-Salute San Raffaele, presentato in questi giorni a Washington in occasione del meeting annuale dell'American Association for the Advancement of Science (Aaas) e già pubblicato su 'Science Translational Medicine', con primi autori Giacomo Oliveira ed Eliana Ruggiero.

L'obiettivo degli scienziati italiani per questo lavoro era selezionare 'soldati scelti' del sistema immunitario, modificarli geneticamente in modo da trasformarli in un esercito armato costruito in laboratorio e in grado di riconoscere e uccidere selettivamente le cellule tumorali. "Ci siamo riusciti - assicura all'AdnKronos Salute Chiara Bonini, vicedirettore della Divisione di immunologia, trapianti e malattie infettive del San Raffaele - e abbiamo individuato quali sono i linfociti con le maggiori probabilità di riuscire in questa impresa". Cellule che sono come una sorta di 'farmaco vivente', le definisce l'esperta.

"Se vogliamo che la risposta perduri nel tempo, infatti - prosegue - occorre utilizzare cellule del sistema immunitario che abbiano le qualità per resistere, e nello studio abbiamo identificato i sottotipi con queste caratteristiche: sono le 'memory stem T cells' o staminali della memoria immunologica. La verifica è avvenuta attraverso un trial clinico di fase III che ha coinvolto 10 pazienti colpiti da leucemia acuta, già sottoposti a trapianto di midollo osseo da donatore, trattati con linfociti T modificati attraverso il 'gene suicida' Tk" sviluppato dall'azienda MolMed, nata come spin-off del San Raffaele.

L'équipe italiana ha potuto studiare i risultati ottenuti su pazienti trattati a partire del 2000. "I parametri immunologici, a distanza di anni da trapianto e terapia genica - spiega Oliveira - sono risultati uguali a quelli di persone sane e di pari età. Il passo successivo è stato identificare quali cellule del sistema immunitario resistessero maggiormente nel tempo, andando a verificare quali 'ritrovavamo' dopo anni", fino a 14 dopo il trattamento. A essere 'promosse' sono state appunto le memory stem T cells. "Da anni stiamo studiando il loro ruolo nella memoria immunologica e in questo lavoro abbiamo verificato il loro effettivo contributo in pazienti con leucemia".

"Ogni linfocita T - riprende Bonini - riconosce un antigene specifico su un'altra cellula, che sia un virus dell'influenza o della varicella, o un qualunque altro agente patogeno. Nel nostro organismo ci sono anche linfociti T che riconoscono le cellule tumorali, ma sono molto rari mentre un paziente ha bisogno di averne molti.

Il nostro compito è proprio questo: somministrargli un esercito di linfociti T anticancro costruito da noi".

Per arrivare all'obiettivo finale (che comprende trattare vari tipi di cancro), le possibili strade sono due. "La prima è armare i linfociti T usando i recettori Car, che nelle leucemie acute hanno fatto la differenza producendo risposte cliniche un tempo impensabili - ricorda Bonini - Questi recettori però hanno un problema: riconoscono solo strutture che si trovano sulla superficie esterna della cellula tumorale bersaglio. Se l'antigene è all'interno, Car non lo vede".

E qui entra in gioco una possibile alternativa: "Usare il recettore Tcr, naturalmente presente nei linfociti T e in grado di colpire anche un antigene interno alla cellule bersaglio. Attraverso una particolare tecnologia di editing genetico, usando cioè una 'forbice molecolare', andiamo prima a eliminare il Tcr proprio del linfocita. E una volta che lo abbiamo spogliato, mettiamo sul linfocita nudo il Tcr che vogliamo noi: un 'Tcr anticancro' che armi il soldato contro la malattia".

"Con entrambi i progetti - conclude la scienziata - siamo in fase preclinica molto avanzata. Ora si tratta di terminare gli ultimi passaggi e di trovare i finanziamenti per passare sull'uomo: auspico prima di tutto che diventi più facile fare dei trial europei, multicentrici, e poi che l'Europa e l'Italia investano fondi per questi studi. Obiettivamente al giorno d'oggi è molto difficile fare trial accademici nel Sud dell'Europa. Questo però è un treno importante, da prendere al volo e 'fissare' con le sperimentazioni. E bisognerebbe che si partisse proprio in Italia", dove "la 'pentola' è stata scoperchiata. I tempi comunque a mio parere non sono molto lunghi".

Test preliminari portati avanti al Fred Hutchinson Cancer Research Center in Washington su pazienti che avevano fallito le altre terapie e con circa un mese di speranza di vita, hanno dato "risultati straordinari", ha spiegato al meeting statunitense Stanley Riddell: il 94% dei partecipanti con leucemia linfoblastica trattati con le proprie cellule re-ingegnerizzate ha visto scomparire i sintomi, mentre per altre forme di tumore del sangue la risposta è stata comunque superiore all'80%, e oltre la metà ha raggiunto la remissione completa.

16 febbraio 2016 ADNKronos
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