Salute

Stiamo affamando i nostri batteri intestinali, e facciamo bene

A lungo abbiamo dipinto la relazione con i microbi che ci "occupano" come idilliaca. Nella realtà, è più simile a una forma di schiavitù, in cui i padroni siamo noi (per ora).

Se potessimo mettere tutti i batteri che abitano il nostro intestino insieme su una bilancia, peserebbero circa 1,3 chili: quanto un fegato, o un cervello umano. Non meraviglia, quindi, che a lungo abbiamo pensato al nostro intestino come a una sorta di Eden per microbi: un ecosistema abbondante di nutrienti, particolarmente appetibile per i batteri "buoni". In natura, però, non va proprio così: praticamente in ogni habitat, gli esseri viventi competono per la spartizione delle risorse. Perché nei nostri organi interni dovrebbe funzionare diversamente?

Aspen Reese, biologa dell'Università di Harvard, ha scoperto che l'uomo fa osservare ai suoi microbi intestinali una dieta molto rigida; che questa capacità di "tenerli a stecchetto", centellinando le risorse, ci rende capaci di controllarne il numero; e infine, che l'alimentazione occidentale, troppo ricca di proteine, rischia di minare questa nostra condizione di vantaggio. Lo studio è stato pubblicato su Nature Microbiology.

ll rapporto tra carbonio ed azoto negli escrementi di vari mammiferi. Questo rapporto è influenzato anche dal numero di patogeni presenti nel loro intestino. © Aspen Reese, Harvard University

È uno sporco lavoro... Insieme ai colleghi dell'Università di Princeton, Reese ha analizzato gli escrementi di 30 diverse specie di mammiferi, inclusi elefanti, zebre e giraffe del Kenya, pecore, cavalli e bovini del New Jersey e umani del North Carolina.

Ha misurato la quantità di azoto (il nutrimento dei batteri) e scoperto che i nostri microbi intestinali hanno accesso ad "appena" un atomo di azoto ogni 10 di carbonio, contro l'uno su quattro della maggior parte delle specie analizzate. Insomma, con i nostri ospiti siamo piuttosto ingenerosi.

Col contagocce. Per avere conferma che questi batteri siano in effetti ghiotti di azoto, Reese ha nutrito alcuni topi con una dieta a base di proteine (naturalmente ricche della sostanza), e osservato che i microbi intestinali decuplicavano. Se l'azoto veniva somministrato in vena, parte di questo finiva come pasto per i batteri: la prova che, all'occasione, ne facciamo filtrare un po' dalle cellule che rivestono le pareti intestinali, per non far morire i batteri che abitano lì dentro.

Dopati. Non sappiamo quale sia la giusta quantità di microbi da ospitare nell'intestino, per restare in salute. Quel che è certo è che serve equilibrio, e che dando ai microbi quel tanto che basta, senza eccedere, manteniamo il controllo su di essi. Se invece esageriamo con le proteine, il loro numero aumenta a dismisura, un po' come quello delle alghe nei mari quando immettiamo nelle acque fertilizzanti ricchi di azoto (eutrofizzazione).

Sfratto dannoso. Gli antibiotici sortiscono un effetto analogo. Da una parte perché, anche se durante un trattamento i microbi muoiono, le loro fonti di energia continuano ad accumularsi; e finito il ciclo, c'è di nuovo la condizione ideale per il ripopolamento.

Inoltre, perché molte delle specie batteriche autoctone e pacifiche, con gli antibiotici fanno le valigie per non ritornare: a quel punto, i patogeni si ritrovano una casa vuota a completa disposizione.

29 ottobre 2018 Elisabetta Intini
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