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Sono davvero i pangolini la fonte del nuovo coronavirus?

Si infittisce il mistero sull'origine animale del nuovo coronavirus: quello trovato nei pangolini corrisponde al nostro per poco più del 90% del DNA.

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Il pangolino o formichiere squamoso è stato finora considerato l'ospite intermedio più probabile del nuovo coronavirus. | Shutterstock

Se è ormai da molti accettato che la fonte animale primaria del nuovo coronavirus siano i pipistrelli (in particolare il Rhinolophus affinis, anche se non tutti sono d'accordo), il cosiddetto ospite intermedio, che ha fatto da tramite per l'uomo, è ancora tutt'altro che palese. Poche settimane fa un'analisi genetica condotta da un gruppo di scienziati cinesi indicava il pangolino come candidato più probabile, ma ora una rilettura di quei dati rende questa ipotesi un po' meno certa. Il tutto è complicato dal fatto che le analisi dei campioni prelevati dagli animali venduti nel mercato di Wuhan, epicentro iniziale di dozzine di contagi, non hanno finora individuato un'origine certa del patogeno.

Meno simile del previsto. Nonostante il commercio di pangolini sia proibito in tutto il mondo, questi mammiferi a rischio estinzione sono fortemente ricercati in Cina per la loro carne e per le loro squame, usate nella medicina tradizionale cinese. Il 7 febbraio, un team di scienziati della South China Agricultural University in Guangzhou ha annunciato in un secco comunicato di aver trovato una corrispondenza genetica del 99% tra campioni di coronavirus prelevati da pangolini di contrabbando e il nuovo coronavirus SARS-CoV-2 che sta infettando l'uomo. La notizia considerata attendibile, è stata accolta con cautela: mancavano infatti particolari sulla specie di pangolino coinvolta e su molti parametri della ricerca.

 

Ora emerge che quei risultati non si riferivano all'intero genoma, ma a una sua specifica sezione chiamata dominio di legame al recettore (receptor-binding domain - RBD), che il virus utilizza per agganciare le cellule e farsi largo al loro interno. Comparando l'intero genoma del coronavirus dei pangolini con quello del nuovo coronavirus umano, si vede che condividono il 90,3% del DNA, e non il 99%. L'errore è evidenziato in un'analisi dei dati pubblicata dallo stesso gruppo di ricerca su bioRxiv, e legata a un problema di comunicazione con i bioinformatici che hanno partecipato allo studio.

 

In attesa di risposte. Come spiegato su Nature, il nuovo dato è sostenuto da tre altri studi usciti in questi giorni su bioRxiv (un archivio online gratuito di articoli dedicati alla biologia che in queste convulse settimane è pieno di studi preliminari, ancora da sottoporre a revisione). Uno di questi ha trovato una corrispondenza genetica tra il virus dei pangolini coinvolti in traffici illeciti e quello umano compresa tra l'85,5% e il 92,4%; gli altri due, del 90,23% e del 91,02% rispettivamente. La percentuale di DNA simile è più o meno sempre quella, per molti insufficiente per dire con certezza che sia il pangolino, l'ospite intermedio.

 

Il coronavirus della SARS che infettò l'uomo nel 2002-2003 corrisponde al 99,8% a quello presente nella civetta delle palme o musang, un Viverride diffuso in Asia. Per questo motivo, il povero animale fu accusato di essere stato ospite intermedio del patogeno (e ucciso in massa dopo l'epidemia). Se è davvero il pangolino l'ospite intermedio del nuovo coronavirus, probabilmente non lo sono le specie considerate in questi studi.

 

27 febbraio 2020 | Elisabetta Intini