Salute

Sanità: psichiatri, Sos salute mentale immigrati, serve Piano nazionale

Rimini, 19 nov. (Dall'inviata dell'AdnKronos Salute Paola Olgiati) - Fuggono da fame, povertà, a volte guerre e persecuzioni. Con la psiche già segnata si imbarcano in viaggi della speranza catastrofici e all'arrivo in Italia, se sopravvivono alla loro odissea, scivolano nel tunnel del disturbo post-traumatico da stress che si aggiunge alle difficoltà di integrazione, all'isolamento, allo stigma sociale. Anime malate senza più radici, che sfuggono alle cure e arrivano tardi all'attenzione dei medici. Spesso quando l'ultima pagina di cronaca nera è già scritta. E' il quadro dipinto dai vertici della Società italiana di psichiatria (Sip), che accende un faro sulla salute mentale degli immigrati ed è pronta a proporre al ministero della Salute un Piano nazionale ad hoc. Partendo da un dato: "Il 16,9% dei 750 ospiti degli ospedali psichiatrici giudiziari italiani è rappresentato da cittadini extracomunitari". Uno su 6.

Emilio Sacchetti, presidente della Sip, e il past president Claudio Mencacci hanno in mente un percorso che parte da una "diagnosi precoce all'ingresso nel nostro Paese, con questionari per un primo screening in grado di evidenziare eventuali problemi. Interviste che potrebbero essere facilmente condotte in una decina di minuti anche da studenti specializzandi in psichiatria. Il passo successivo è la consegna di una sorta di card per un accesso volontario, facilitato e con 'corsia preferenziale' alle strutture specializzate del Servizio sanitario nazionale", spiegano i due esperti in occasione della Conferenza monotematica Sip 'Mens sana in corpore sano: un ritorno al futuro', in corso oggi e domani a Rimini. "Abbiamo intenzione di chiedere un incontro con il ministero della Salute - annunciano - per presentare le nostre proposte che hanno a che fare con la diagnosi e la cura. La nostra missione è curare, il welfare è compito d'altri", precisano.

"Nelle principali città italiane sono già attivi servizi di etnopsichiatria", osserva Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano che offre anche "assistenza domiciliare alle donne immigrate con depressione post-parto, grazie a un team di psichiatri, pediatri, puericultrici e volontari dell'associazione Itaca. Un'iniziativa importante, in comunità dove il ruolo della donna non è quasi mai quello occidentale di 'capofamiglia' nella gestione del 'care'". In questi servizi metropolitani l'offerta è tarata sulle esigenze e le caratteristiche delle varie popolazioni, che sono "profondamente diverse per cultura e volontà di integrazione".

"A fronte delle popolazioni più aperte di sudamericani, filippini e cingalesi, ma anche di tunisini ed egiziani che spesso chiedono aiuto o lo accettano - analizza lo psichiatra - ci sono le più chiuse che tendono a rivolgersi a sistemi di autocura interni alle loro comunità: le popolazioni di religione musulmana, i cinesi o le comunità del Corno d'Africa.

Per etiopi ed eritrei le conseguenze dello sradicamento sono pesantissime. Arrivano nel nostro Paese molto provati e hanno bisogni assistenziali altissimi".

Ma le differenze non sono soltanto culturali, religiose o di approccio alla medicina: "Nelle persone immigrate esistono profonde diversità anche a livello metabolico - evidenzia Mencacci - La reazione all'alcol, per esempio, è differente perché diverso è il corredo enzimatico. Queste peculiarità genetiche incidono anche sul metabolismo dei farmaci, quindi sull'efficacia e i possibili effetti collaterali dei trattamenti psichiatrici. Ecco perché nella nostra proposta indicheremo anche la necessità di incrementare la cultura delle differenze, di fare formazione alla classe medica, di aumentare le conoscenze. In un'ottica di tutela e di cura", ribadisce e conclude il past president della Sip.

19 novembre 2014 ADNKronos
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