Scienza

Salute: depressione 'spia' demenza, entrambe cancellano ricordi

Ipotesi degli scienziati è curare 'male di vivere' per prevenire Alzheimer

Roma, 27 gen. (AdnKronos Salute) - Il male di vivere 'anticamera' dell'Alzheimer e malattie simili. Clinici ed epidemiologi hanno notato una correlazione tra depressione e demenze, che hanno entrambe un influsso negativo sulla memoria. Un vero rompicapo per i ricercatori, che propongono però un nuovo paradigma: trattare ai primi segnali il 'male oscuro' per prevenire l'insorgenza di Alzheimer o altro. Se ne discute oggi alla conferenza 'Memory in the Diseased Brain', promossa dall'Accademia Pontificia delle Scienze con il contributo incondizionato di Lundbeck, e dedicata ad approfondire il legame tra meccanismi alla base dei processi cognitivi e memoria e le patologie del sistema nervoso centrale.

Proprio la demenza è uno dei problemi emergenti in salute pubblica. I pazienti crescono a un trend di 5 milioni l'anno nel mondo. Il declino cognitivo è correlato all'età: interessa il 5% degli 'over 65' e raggiunge il 50% degli ultra 90enni. E il costo della malattia di Alzheimer (la più comune forma di demenza) è stimata in 100 miliardi di dollari l'anno solo negli Usa. La novità è che non si tratta di un destino ineluttabile: tra il 40 e il 50% degli ultranovantenni conserva intatte le proprie facoltà e non mostra segni di declino cognitivo. Una recente review su 23 studi ha messo in relazione le due patologie, depressione e demenza: su oltre 50mila uomini e donne anziani, quelli che hanno riferito una diagnosi di depressione avevano una possibilità doppia di sviluppare demenza e il 65% in più di avere l’Alzheimer.

Una ricerca apparsa su 'Neurology' inoltre ha analizzato 1764 persone che non presentavano problemi di memoria, sono stati seguiti per 8 anni: scoprendo che i soggetti che sviluppavano un declino cognitivo anche lieve mostravano anche sintomi di depressione già prima che la demenza fosse diagnosticata, e che tra i segni più evidenti c'era proprio la diminuzione del livello di memoria.

"L'ipotesi è che trattare la depressione - spiega Marco Andrea Riva, del Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell'Università di Milano - possa diminuire l'incidenza di demenza e che gli antidepressivi non siano una terapia per l'Alzheimer, ma rappresentino una forma di 'protezione'. Il trattamento per la depressione infatti ha un effetto sia sul recupero del 'funzionamento' individuale e sociale dell'individuo che di stimolo sulla plasticità cerebrale e la creazione di nuovi connessioni grazie a un'azione neurotrofica che stimola la produzione di fattori di crescita".

"I nuovi farmaci antidepressivi multi-modali - aggiunge il farmacologo - hanno un meccanismo di azione diverso rispetto a quelli tradizionali come gli Ssri. Non solo aumentano i livelli sinaptici di serotonina, ma modulano significativamente anche altri neurotrasmettitori, tra cui il glutammato, con un'attività importante su due aree cerebrali: l'ippocampo e la corteccia prefrontale. Il risultato è sia una modulazione del tono dell'umore che il miglioramento dei sintomi cognitivi (memoria, attenzione, focalizzazione), che rappresentano un aspetto importante nei disturbi psichici. Infatti, le terapie precedenti determinavano spesso una remissione parziale della sintomatologia, che rendeva il paziente più a rischio di recidive. Abbiamo necessità di ristabilire il paziente nel suo 'funzionamento' affettivo ma anche in quello intellettuale, risultato che possiamo ottenere se agiamo in maniera integrata su più bersagli cellulari", conclude Riva.

27 gennaio 2015 ADNKronos
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