Alzheimer: la ricerca e le nuove speranze vai allo speciale

Abbiamo bisogno di nuovi criteri per diagnosticare l'Alzheimer?

Per poter sperimentare i farmaci in maniera più efficace, gli esperti chiedono di cambiare il modo in cui si diagnostica il morbo d'Alzheimer: non più in base ai sintomi, ma su parametri biologici oggettivi. 

shutterstock_677115007
|Shutterstock

Quando il morbo di Alzheimer si manifesta con i suoi sintomi più caratteristici, come la perdita della memoria, la malattia ha già “lavorato” silenziosamente nel cervello per molti anni. E i farmaci che negli ultimi anni sono stati sperimentati per contrastare la malattia tutti, senza eccezione, falliscono. Colpa dei farmaci stessi, inutili? O colpa del fatto che vengano impegnati quando ormai la situazione è compromessa?

 

Secondo diversi esperti una delle cause dell'inefficacia dei farmaci per l'Alzheimer è proprio questa: vengono testati su pazienti che hanno ormai una malattia in uno stadio troppo avanzato. Per questo motivo, dopo gli ennesimi risultati negativi delle sperimentazioni, varie associazioni scientifiche e governative hanno proposto di cambiare i criteri per diagnosticare e classificare la malattia: la Alzheimer Association e il National Institute on Aging americano hanno invitato a fare riferimento

a precise alterazioni biologiche e non, come avviene oggi, a valutazioni e test neuropsicologici.

 

Ultimo tentativo. Non è un cambiamento solo formale, come potrebbe apparire. L’obiettivo, in realtà, è fornire ai ricercatori degli indicatori oggettivi in base ai quali classificare la malattia all’interno degli studi clinici. Una specie di ultima spiaggia per capire se davvero la miriade di farmaci (oltre un centinaio) sperimentati e poi abbandonati perché non davano risultati, siano proprio inefficaci o non abbiano funzionato perché somministrati quando, all’apparire dei sintomi clinici, i danni al cervello dei pazienti erano ormai irreversibili.

 

Secondo una corrente di pensiero, c’è ragione di ritenere che, se somministrati agli inizi, i farmaci potrebbero essere più efficaci. Inoltre, una valutazione di questo genere, porterebbe a identificare meglio i casi veri di morbo di Alzheimer e a distinguerli da altre forme di demenze che costituiscono circa un terzo del totale.

proteine anomale. In base ai nuovi criteri, la diagnosi di Alzheimer dovrebbe essere fatta con particolari esami (tre, nello specifico) che vanno alla ricerca di segni di degenerazione. Uno è la ricerca nel liquido spinale di “biomarcatori”, la proteina beta amiloide e la proteina tau, che indicano la presenza nel cervello delle placche ritenute caratteristiche dell’Alzheimer.

 

Esiste anche secondo esame che ha lo stesso scopo, ma che impiega un meccanismo diverso: sostanze marcate con un tracciante radioattivo sono in grado di identificare le placche di beta amiloide nel cervello di pazienti senza sintomi sottoposti a Pet (tomografia a emissione di positroni).

 

Infine, l’imaging del cervello potrebbe evidenziare segni di atrofia in alcune aree, spesso associati al morbo. Tenendo conto di questi tre diversi fattori, e quantificandoli, potrebbe essere stimato anche il grado di avanzamento della malattia.

 

Conseguenze indesiderate. Il cambiamento dei criteri di classificazione della malattia consentirebbe di organizzare meglio i test clinici per valutare i farmaci, ma aprirebbe la strada a una serie di dilemmi inditi. Classificando la malattia in base ai marcatori biologici è infatti probabile che molte più persone si troverebbero con una diagnosi di Alzheimer.

 

Da una parte gli esperti sottolineano che gli esami previsti dalle le nuove linee guida riguarderebbero solo l’ambito della ricerca (e sarebbe troppo presto, oltre che inutile e costoso, utilizzarli nella normale pratica clinica).

 

D'altra parte, se le persone che si considerano a rischio iniziassero a richiederli al di fuori delle sperimentazioni, è facile immaginare che ci ritroveremmo con persone con una “diagnosi” di Alzheimer senza alcun sintomo. E senza terapie che possano prevenire o cambiare il corso della malattia.  

14 Aprile 2018 | Chiara Palmerini