Salute

La guerra contro i superbatteri sta finalmente volgendo a nostro favore?

La strada per sconfiggere la resistenza agli antibiotici è ancora lunga. Ma l'arsenale scientifico ed economico messo in campo contro questa minaccia alla salute globale apre nuove speranze: tra nuovi filoni di ricerca e strategie di profitto riviste, ecco come ci si sta muovendo.

La capacità di batteri, parassiti, virus e funghi di resistere ai medicinali che abbiamo sviluppato per debellarli è stata inserita dall'Organizzazione Mondiale della Sanità nell'elenco delle 10 principali minacce alla salute mondiale per il 2019. La resistenza antimicrobica (un termine più generale di resistenza agli antibiotici, che comprende anche le forme di adattamento dei microrganismi ad antifungini, antiparassitari e antivirali) rischia di riportarci a un'epoca in cui non potevamo trattare con successo polmonite, tubercolosi, gonorrea, salmonellosi, e di compromettere il buon esito di interventi chirurgici e chemioterapie.

Tuttavia, non è tempo di dichiararci sconfitti. Come spiegato in un articolo su questo tema da poco pubblicato sul New Scientist, alcuni progressi si iniziano a notare anche in questo difficile campo. La sfida cruciale, contro i superbatteri in particolare, è quella di rendere gli antibiotici un prodotto che generi profitto. L'aspetto economico è insomma un risvolto fondamentale della faccenda.

Un investimento rischioso. Le case farmaceutiche devono rientrare degli investimenti compiuti per sviluppare i nuovi farmaci, ma gli antibiotici sono, come ricorda il New Scientist, "l'antitesi di un bestseller". Al contrario di farmaci per il cuore, per la tiroide o contro il diabete, che vanno assunti a vita o per lunghi periodi di tempo, essi vengono prescritti per pochi giorni o settimane, e restano a lungo sugli scaffali come "ultima risorsa" da usare contro le infezioni più gravi.

La resistenza sviluppata dai superbatteri rende necessario impiegarli con parsimonia: il risultato è che i nuovi antibiotici non possono competere, allo stato attuale delle cose, con i farmaci di lunga data che sappiamo efficaci, più economici e non più sotto brevetto. Quando finalmente le nuove generazioni di antibiotici soppiantano quelle vecchie, il loro brevetto è ormai scaduto, e le poche scatole vendute garantiscono un margine di guadagno minimo.

La resistenza agli antibiotici potrebbe diventare la prima causa di morte al mondo nel 2050, con 10 milioni di decessi all'anno imputabili ai superbatteri. © Shutterstock

Poche armi già viste. La chiusura dei dipartimenti di ricerca e sviluppo sugli antibiotici di molte compagnie farmaceutiche ha lasciato pochissimi scienziati esperti a operare in questo campo. All'inizio del 2018, erano circa 800 in tutto il mondo: come perdere gli interpreti di un linguaggio che già conosciamo poco, e che evolve di continuo.

Da decenni non si scopre una nuova classe di antibiotici. Tutti quelli portati sul mercato negli ultimi 30 anni - ricorda BBC - sono variazioni di prodotti già esistenti e già noti dagli anni '80. L'ultima nuova classe di antibiotici scoperta contro i superbatteri Gram-negativi (protetti da una membrana lipidica esterna che li rende più difficilmente attaccabili, e responsabili di infezioni mortali del sangue e polmoniti) risale al 1962.

Al momento, ci sono 56 antibiotici in fase sperimentale nel mondo che hanno superato i test animali e stanno entrando nella fase clinica su pazienti umani, ma solo 30 operano in modo nuovo, e in media tre quarti di questi test non viene superato. Di contro, ci sono 98 antibiotici che si stanno iniziando a testare su animali, e due terzi di questi agisce in modo nuovo: tuttavia, senza cospicui investimenti, queste ricerche sono destinate ad arenarsi.

La prescrizione di antibiotici non necessari contribuisce ad aumentare la resistenza dei superbatteri alle nostre armi farmacologiche. © Shutterstock

ammortizzare il rischio. Un nuovo approccio economico globale per ora in fase di sperimentazione prevede una spinta economica da parte dei governi nazionali per portare i nuovi antibiotici fino al mercato. Semplificando molto, l'idea è che un governo si faccia carico di una parte degli investimenti iniziali e mantenga il brevetto del farmaco per un periodo, dando il tempo alla casa farmaceutica di recuperare il suo investimento di partenza. In questo modo l'antibiotico non deve essere venduto con un marketing aggressivo e può essere usato solo in caso di effettiva necessità. Un altro modello economico allo studio prevede di retribuire le aziende produttrici in base all'importanza dell'antibiotico per i sistemi sanitari nazionali, e non in relazione alle confezioni vendute.

Negli USA si discute di chiedere alle aziende del settore non impegnate nella produzione di antibiotici di versare una quota in un fondo di sostegno per quelle che vi investono, un po' come già avviene a favore delle case che lavorano a farmaci contro armi biologiche come l'antrace (prodotti che non vengono praticamente mai usati, ma che sono necessari). Un altro contributo verrebbe dalle organizzazioni globali per lo sviluppo e la diffusione di antibiotici - un'alleanza di questo tipo sta per portare sul mercato un nuovo antibiotico contro la gonorrea.

lotta creativa. Nuove speranze provengono anche dalla ricerca di base, che sta rintracciando sostanze da usare contro i superbatteri da strade non convenzionali e sempre più "creative". Una di queste prevede di sequenziare il DNA di microbi del suolo che hanno imparato a inibire la proliferazione di superbatteri pericolosi anche per l'uomo, come è accaduto di recente in un terreno irlandese a lungo considerato "curativo". Un'altra vorrebbe somministrare gli antibiotici in combinazione con altre sostanze che possano aumentarne l'efficacia: qualche mese fa, un gruppo di ricercatori tedeschi ha testato quasi 3000 mix di antibiotici più farmaci o additivi alimentari (come la vanillina) contro sei ceppi di patogeni Gram-negativi, scoprendo che alcune "accoppiate" permettono agli antibiotici di funzionare meglio, o al contrario ne diminuiscono l'efficacia.

Altri approcci ancora prevedono di far competere i superbatteri con altri batteri "buoni", che ne limitino la proliferazione; o di lavorare ad anticorpi sintetici copiando quelli di altri animali. Infine, alcune aziende stanno cercando nuovi talloni d'Achille dei batteri per colpirli in punti inusuali, nei quali non abbiano ancora sviluppato resistenza - per esempio, nelle parti che sintetizzano ribosomi (le macromolecole responsabili della sintesi proteica) o metabolizzano i grassi.

30 gennaio 2019 Elisabetta Intini
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