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Remdesivir: che cosa sappiamo sull'antivirale usato contro COVID-19

Negli USA uno studio (non ancora pubblicato) sul remdesivir suggerisce benefici sulla durata dei sintomi, ma una ricerca cinese dice il contrario.

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Il remdesivir potrebbe accelerare la guarigione nei pazienti con COVID-19: è una buona notizia, che andrà però confermata. | Shutterstock

L'antivirale remdesivir, tra i farmaci candidati come possibili trattamenti contro la COVID-19, avrebbe dato benefici modesti, ma convincenti, in un ampio studio controllato condotto negli USA su pazienti ricoverati in ospedale. I malati che hanno ricevuto il remdesivir si sono ristabiliti in media in 11 giorni contro i 15 impiegati da chi aveva preso un placebo. Lo ha dichiarato Anthony Fauci, immunologo e massimo esperto americano di malattie infettive consulente della Casa Bianca su COVID-19. La buona notizia ha rinfrancato le Borse, ma per il momento andrebbe interpretata con la giusta cautela.

 

Una seconda chance. Il remdesivir è stato sviluppato dall'azienda statunitense Gilead contro Ebola e mai utilizzato, dopo che i primi trial in Africa non avevano dato risultati. L'antivirale "azzoppa" un enzima che diversi virus sfruttano per replicare il loro RNA, sembra ben tollerato e in laboratorio ostacola la produzione di particelle virali. Il trial è stato condotto dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) che lo stesso Fauci dirige, e ha coinvolto 1.063 pazienti con COVID-19 che hanno ricevuto remdesivir o placebo. L'antivirale ha accorciato il periodo sintomatico della malattia: nelle parole dello stesso Fauci, «anche se non si tratta di un colpo da ko, il 100% di successo è una dimostrazione molto importante».

 

L'affermazione sembra riferita al fatto che il beneficio che emerge, seppur non rivoluzionario, è statisticamente significativo. Nel gruppo curato con remdesivir c'è stata inoltre una minore percentuale di decessi: 8% contro l'11,6% del gruppo di controllo. Si tratta di una riduzione della mortalità del 31% (una percentuale importante, se si considera il numero totale delle vittime), ma il dato è ai limiti della significatività statistica e andrà confermato in ulteriori lavori. Se lo studio - che non è ancora stato pubblicato né risulta consultabile - fosse confermato, sarebbe importante perché vorrebbe dire che esiste un antivirale che ha una qualche efficacia sul SARS-CoV-2.

Dove sono i dati? Fauci ha ammesso che i risultati devono ancora superare il processo di revisione in peer-review (la revisione da parte della comunità scientifica), ma si è detto fiducioso che il remdesivir possa diventare un trattamento standard contro la COVID-19. Tuttavia, la decisione di rendere noto l'esito dello studio in un contesto politico, durante un briefing alla Casa Bianca e senza che lo studio sia stato pubblicato o i dati siano stati condivisi con la comunità scientifica, ha destato non poche perplessità: il tema è troppo importante per prestarsi a facili annunci.

 

Senza dati consultabili non sappiamo, per esempio, se il farmaco semplicemente acceleri la guarigione dei pazienti che sarebbero guariti comunque; se possa scongiurare i trattamenti in terapia intensiva, se funzioni meglio nei giovani o negli anziani, negli uomini o nelle donne, nelle persone con o senza malattie pregresse, in fase precoce o avanzata della malattia. A supportare le speranze sul remdesivir ci sono, per ora, diverse sperimentazioni su pazienti COVID curati in ospedale, anche se non si tratta di studi controllati.

 

Risultati opposti. La notizia è stata data in contemporanea alla pubblicazione, sull'autorevole rivista medica Lancet, di un altro studio controllato sul remdesivir condotto su 237 pazienti adulti di 10 ospedali di Wuhan, in Cina. La ricerca non ha riscontrato benefici nel gruppo trattato con l'antivirale rispetto a quello "curato" con placebo, né nella durata dei sintomi, né nella riduzione della mortalità - anche se il farmaco è stato ben tollerato.

 

I pazienti arruolati dovevano avere sintomi da almeno 12 giorni, polmonite confermata dalla TAC e saturazione al 94% o più bassa. I risultati sono difficili da interpretare, perché è stata coinvolta soltanto la metà dei soggetti inizialmente previsti: il contenimento di COVID-19 in Cina fa sì che non ci siano abbastanza pazienti da studiare. L'unica cosa che si può affermare è che, su questa popolazione di pazienti, il remdesivir non ha avuto effetto.

 

1 maggio 2020 | Elisabetta Intini