Salute

Quello che non sappiamo (ancora) di Ebola

In quali animali si annida il virus? Perché qualcuno non si ammala? Su Ebola la scienza sa ancora poco, e anche per questo è difficile fermare l'epidemia in corso

Anche se i virus che causano Ebola sono noti da quarant'anni, la ricerca fino a oggi ha ricevuto pochissimi fondi per studiarli. E il ritardo conoscitivo accumulato negli anni è anche all'origine delle difficoltà che abbiamo nel controllare il diffondersi della malattia. Lo sottolinea la rivista Nature, che elenca le lacune che, se colmate in tempi rapidi, potrebbero contribuire a contenere l'epidemia in corso, o quantomeno a scongiurarne altre simili in futuro.

1. Da dove arriva? Per esempio, non si sa con esattezza da quali animali il virus possa trasmettersi all'uomo. Si è molto parlato dei pipistrelli della frutta, e in effetti è quasi certo che siano loro i serbatoi naturali di Ebola. Ma la convinzione deriva dal fatto che in questi volatili è stato trovato il virus di Marburg, parente stretto di Ebola, mentre «nessuno ha mai isolato un ebolavirus infettivo da un pipistrello» si legge su Nature.

I dubbi poi aumentano se si considera che fino a oggi «le epidemie di Ebola hanno avuto origine in numerose località, ma soltanto in qualche caso fra persone che avevano avuto un contatto diretto con i pipistrelli».

Una macelleria di Manila. Nelle Filippine si sono verificate diverse epidemie di una variante di Ebola, il Reston ebolavirus. Ma si tratta di epidemie limitate agli animali e tra questi anche i suini.

Gli scienziati ritengono che i serbatoi naturali dei virus possano essere diversi, e identificarli tutti è essenziale per prevenire epidemie future.

Alcuni studi suggeriscono anche che un ruolo potrebbero svolgerlo i maiali, dai quali, negli anni scorsi, è stato isolato il Reston ebolavirus. Quest'ultimo non sembra in grado di provocare malattie serie nell'uomo, ma il sospetto è che da un suino infettato contemporaneamente da più ebolavirus di tipo diverso possa infine emergere un nuovo agente, capace di trasmettersi all'uomo e determinare la malattia. Qualcosa di simile, del resto, avviene anche con l'influenza.

2. Esistono persone naturalmente invulnerabili? Altri interrogativi riguardano poi la presenza di una sorta di immunità naturale alla malattia, che proteggerebbe alcuni individui. Nel 2010, uno studio condotto nel Gabon ha scoperto che qui il 20% della popolazione ha anticorpi contro lo Zaire ebolavirus (quello che dell'epidemia in Africa occidentale), pur senza essersi mai ammalato.

Virus Ebola (in verde) all'attacco di una cellula.

Queste persone hanno certamente avuto un contatto con l'agente infettivo: che cosa li ha protetti? La risposta a questa domanda potrebbe portare allo sviluppo di farmaci efficaci. E allo stesso risultato si potrebbe arrivare anche analizzando la risposta immunitaria di chi si è ammalato ed è sopravvissuto. Che cosa lo ha salvato? E perché i malati che ricevono trasfusioni di plasma da chi è guarito hanno più probabilità di farcela? Qualche cosa si inizia a capire, come testimonia una recentissima ricerca sui fattori genetici che possono influenzare la risposta dell'organismo all'infezione di Ebola.

3. Quanti soldi ci vogliono? Sulla spinta dell'emergenza, negli ultimi mesi, gli studi su Ebola hanno ricevuto un impulso straordinario, come mai era avvenuto in passato. I tempi tecnici necessari allo sviluppo di medicine e vaccini sono però comunque piuttosto lunghi, e l'accelerazione in corso potrebbe non essere sufficiente. Nella migliore delle ipotesi, un vaccino potrebbe iniziare a essere distribuito alle popolazioni più colpite, e ai medici che stanno loro accanto, in primavera. Ma il picco dei casi è atteso nelle prossime settimane, probabilmente a gennaio. Per fermare Ebola, allora, «serve nuovo piano» scrive Nature, che intensifichi gli interventi sanitari nei Paesi più colpiti (Guinea, Sierra Leone e Liberia), e che preveda investimenti internazionali ingenti, pari a circa un miliardo di dollari (in aprile, per avere lo stesso risultato sarebbero bastati 4,8 milioni di dollari).

4. La quarantena è utile? In questo senso, costituiscono un ostacolo le misure di quarantena che alcuni Paesi occidentali stanno iniziando a prendere nei confronti di chi torna dall'Africa Occidentale, dopo aver assistito i malati. Di questo aspetto si occupa un editoriale pubblicato da New England Journal of Medicine, che ricorda che un malato è infettivo soltanto quando manifesta i sintomi. «Dovremmo accogliere da eroi, e non mettere in isolamento, i medici che mettono a rischio la loro vita per salvare i malati di Ebola nell'Africa Occidentale e per controllare la malattia nelle zone in cui è nata, a beneficio di tutto il mondo» si legge sulla rivista.

5. Come evolve la malattia? Sembra assurdo, ma anche il mondo scientifico non sa con precisione come si presenta clinicamente la malattia: chi ha letto il romanzo di Richiard Preston Area di Contagio (Hot Zone) o visto il film Virus Letale immagina sanguinamenti, corpi che implodono o si sfaldano. In realtà è molto diverso, ma i medici non hanno descrizioni cliniche attendibili della malattia. L'unico studio attendibile è appena stato pubblicato sul New England Journal of Medecine e descrive l'andamento clinico di oltre un centinaio di casi in Sierra Leone, mortalità, sintomi, tempi di recupero. Le emorragie per cui Ebola è famigerata si sono presentate solo nell'1 per cento dei casi.

Intanto, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha aggiornato le sue stime, includendo anche i casi che nei mesi scorsi erano sfuggiti alla conta: il numero di persone infettate è così balzato a 13.703. I morti sono 4.922.

31 ottobre 2014 Margherita Fronte
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