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Quasi annegato e "resuscitato". Come è possibile?

Casi come quello del quattordicenne annegato e uscito dal coma dopo un mese, sono eccezionali ma esistono. Ad aiutare la sopravvivenza sembra essere il freddo.

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| Ian HANNING / REA / Contrasto

La notizia è stata diffusa soltanto ora ed è su tutti i giornali (leggi), ma tutto è avvenuto circa un mese fa: un quattordicenne, tuffandosi da un ponte di pietra sul Naviglio Grande di Castelletto Cuggiono, nel milanese, è rimasto intrappolato sott'acqua e nell'acqua fredda (circa 15 gradi) per 40 minuti.

 

Tirato fuori dai vigili del fuoco e subito curato, dopo un mese è uscito dal coma e, con grande meraviglia dei medici, Michi (questo il nome dell'adolescente) sembra essere sopravvissuto senza danni e avere conservato intatte le sue capacità. Ha subito l’amputazione di una gamba, che però è poca cosa rispetto al fatto di essere vivo dopo avere passato oltre quaranta minuti sott’acqua senza respirare.

 

Un miracolo per chi è credente. Un evento sicuramente eccezionale anche per la medicina, che però ha dei precedenti e delle spiegazioni.

 

Numeri contro. Per il caso di Michi si è parlato di una probabilità su un milione di “risvegliarsi” senza danni. Difficile dire come sia stato calcolato questo numero, ma di certo le statistiche non sono dalla parte delle vittime di un quasi-annegamento: dopo cinque minuti senza ossigeno il cervello è a serissimo rischio di danni permanenti, e meno del 10 per cento di coloro che subiscono un arresto cardiaco o rimangono senza respirare fuori da un ospedale, senza la disponibilità di una rianimazione immediata, sopravvivono.

 

Risvegli ghiacciati. Ci sono però dei fattori che sono noti per giocare a favore. Il freddo sembra uno degli elementi che riescono a migliorare le chance. Il perché è presto detto: le basse temperature, rallentando i processi vitali, e quindi il metabolismo delle cellule, fanno diminuire il loro consumo di ossigeno. Questo aiuterebbe i vari tessuti e organi a resistere più a lungo senza danni. Il rallentamento del metabolismo indotto dal freddo aiuta in particolare il cervello, che viene quasi immediatamente danneggiato dalla mancanza di ossigeno.

 

Le chance migliori per i bambini. Sono riportati sia in letteratura scientifica sia nelle cronache i casi di persone sopravvissuti a periodi lunghi, fino a mezz’ora o leggermente di più, dopo avere rischiato l’annegamento cadendo in mare o in laghi ghiacciati, oppure ad alcune ore a temperature normalmente mortali.

 

Secondo uno studio che ha analizzati i casi, il freddo è un fattore protettivo specialmente per i bambini, che con le basse temperature sembrano avere possibilità migliori di sopravvivenza senza danni rispetto agli adulti in caso di quasi-annegamento. Probabilmente contribuisce anche il fatto che il loro corpo si raffredda più rapidamente, fino ad arrivare sotto i 30° C considerati "protettivi", e al fatto che i meccanismi di regolazione della loro temperatura sono ancora imperfetti.

 

Nel caso di Michi la temperatura dell’acqua sarebbe stata di circa 15 gradi, fredda ma non come nei casi per i cui sono stati riportati i tempi di sopravvivenza più lunghi, che hanno riguardato in genere persone o bambini cadute in acque ghiacciate o rimaste intrappolate sotto il ghiaccio senza poter respirare.

 

Dati imprecisi. Molti di questi casi rimangono aneddotici anche perché è difficile valutare a posteriori il tempo preciso che i sopravvissuti sono rimasti senza respirare: vengono riportati in letteratura casi che vanno da un quarto d’ora a leggermente sopra la mezz’ora, alcuni fino a tre quarti d’ora. I 43 minuti di Michi sarebbero davvero una durata eccezionale.

 

Ipotermia indotta. L’ipotermia, cioè il raffreddamento del corpo, viene anche provocata di proposito per cercare di rallentare i processi vitali in caso di ferite gravi e “guadagnare tempo”. È in corso una sperimentazione all’ospedale di Pittsburgh, negli Stati Uniti, per capire se spingendosi a raffreddare il corpo con una particolare tecnica, fino a ridurlo in uno stato di “animazione sospesa” si riesca a migliorare la sopravvivenza. Ne avevamo parlato qui . Lo studio sta andando avanti e entro pochi mesi si dovrebbero avere i primi risultati.

 

27 maggio 2015 | Chiara Palmerini