Coronavirus 2019-nCoV: cosa c'è da sapere Vai allo speciale

Quanti casi di coronavirus COVID-19 ci sono, in Cina?

L'aggiunta improvvisa di oltre 14 mila casi di coronavirus, dovuta alla revisione dei criteri diagnostici, alimenta i dubbi sull'entità del contagio.

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A spasso con il cane per le strade vuote di Wuhan. Sullo striscione sul muro c'è scritto: "rafforza l'autoprotezione, niente panico, credi nella scienza, non alimentare false notizie". | Tingshu Wang/Reuters

Nella giornata di mercoledì 12 febbraio, la sola provincia cinese dell'Hubei (dove si trova Wuhan) ha riportato 14.840 nuovi casi di coronavirus COVID-19 e 242 decessi. La notizia è arrivata come una doccia fredda nei giorni in cui l'avanzata dell'epidemia sembrava rallentare, ma il motivo non è una reale impennata dei contagi: il personale sanitario dell'Hubei ha ampliato i criteri diagnostici per il nuovo coronavirus, nel tentativo di migliorare la sorveglianza e isolare più prontamente i pazienti infetti.

Svolta nella diagnosi. La provincia dell'Hubei ha deciso di includere nel computo dei contagi anche i pazienti con i segni clinici della malattia, che non siano però stati sottoposti ai test genetici per la rilevazione del virus: persone che mostrino i classici sintomi respiratori, accompagnati da una TAC che evidenzi i segni dell'infezione nei polmoni. Finora, la conferma della diagnosi era affidata soltanto ai kit che rilevano nel sangue gli acidi nucleici del virus; ma la scarsa reperibilità dei dispositivi in alcune zone, insieme ai necessari tempi di attesa per la risposta (fino a 2 giorni) hanno fatto propendere per questa decisione. Troppi pazienti venivano infatti rimandati a casa per l'assenza di kit per la diagnosi o in attesa del risultato, con il rischio di un'ulteriore diffusione dell'epidemia. Inoltre, alcuni medici mettono in dubbio l'affidabilità del test, che darebbe troppo spesso risultati "falsi negativi".

 

 

I conti (non) tornano. L'estensione dei criteri diagnostici è "responsabile" della maggior parte dei nuovi casi di coronavirus riportati: 13.332 pazienti su 14.480 hanno ricevuto una diagnosi di COVID-19 basata su sintomi clinici. Nella provincia dell'Hubei risiedono 48.206 delle oltre 60.300 persone contagiate nel mondo. Su 242 decessi, 135 riguardano persone con i segni clinici dell'infezione da coronavirus (ma senza una diagnosi genetica).

 

Se dal punto di vista della trasparenza medica, una maggiore attenzione ai segni clinici è di per sé positiva, la decisione solleva molte domande sulla reale estensione dei contagi. Se sono da includere anche i pazienti con i soli sintomi clinici, a quanto ammontava il numero di casi a gennaio? E come è possibile che il numero di casi di coronavirus sia stato aggiornato in modo così preciso, da un giorno all'altro? Secondo Victor Shih, specialista in politica cinese dell'Università della California San Diego intervistato dal Guardian, questa virata metodologica è "inquietante": «La correzione dei dati dimostra senza dubbio che ci sono stati per tutto il tempo due elenchi dei numeri di contagi confermati - spiega - altrimenti, il governo non avrebbe potuto aggiungere così tanti nuovi casi in un giorno soltanto».

Acque confuse. Le altre province cinesi si adegueranno agli stessi criteri? L'incertezza su come trattare i casi asintomatici di COVID-19 non facilita una gestione uniforme dell'emergenza. Nei giorni scorsi, la provincia cinese settentrionale dell'Heilongjiang, al confine con la Russia, ha ridotto il numero di casi confermati di 14 unità, sottraendo al totale i pazienti positivi al nuovo coronavirus, ma ancora asintomatici: una mossa che sembra rispondere alle raccomandazioni della commissione nazionale per la salute della Cina. In questa situazione, capire quale sia realmente il numero di persone interressate dall'infezione è parecchio complicato.

 

13 febbraio 2020 | Elisabetta Intini