Quando la tintura di iodio salvava i soldati

Disinfettanti e antisettici ancora usati ai giorni nostri furono inventati e impiegati su larga scala negli anni della prima guerra mondiale. A uccidere i soldati, più delle ferite riportate, erano le infezioni.

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Medici e infermiere canadesi drenano l'infezione alla gamba di un soldato durante la prima guerra mondiale.

Tra 8 e 9 milioni di morti: è la stima più attendibile delle vittime tra i soldati della prima guerra mondiale (mentre contando i civili si arriva a 15-17 milioni). Oltre a essere stato uno dei conflitti più sanguinosi della storia, la grande guerra fu anche una sorta di esperimento sul campo per la medicina. Si calcola che solo una minoranza dei militari al fronte, forse il 5 per cento, morì direttamente per le ferite riportate.

 

I decessi avvenivano soprattutto per l’infezione delle ferite provocate dalle schegge di granata. Tetano, setticemia, cancrena erano sempre in agguato in un’epoca in cui non esistevano ancora gli antibiotici e l’igiene nelle trincee e negli ospedali da campo era scarsissima. Altri fattori contribuivano: in Francia, per esempio, gran parte dei combattimenti sul fronte occidentale si svolgevano in zone di campagna, in campi concimati con stallatico, e un soldato ferito che cadeva a terra era quasi sicuro di infettarsi.

 

Infermiere italiane in ospedale da campo, cartolina del 1915 (vedi la gallery in basso, in questa pagina).

In quegli anni, cosa poco nota, nacquero e vennero utilizzati i primi disinfettanti antibatterici che, se non potevano curare le infezioni, fornivano però una garanzia in più di evitare le gravi complicazioni della contaminazione delle ferite e probabilmente abbatterono in qualche misura la mortalità.

 

Candeggina in chirurgia. La prima forma di medicazione fu la cosiddetta soluzione di Dakin-Carrel. Alexis Carrel era un chirurgo e biologo francese, che vinse il premio Nobel per la medicina nel 1912 per le sue scoperte nel campo della chirurgia vascolare. Henry Dakin era invece un chimico americano che aveva messo a punto una soluzione a base di ipoclorito di sodio e acido borico. L’ipoclorito di sodio, il principio attivo della comune varechina, ha un elevato potere antisettico, ma la sua composizione è instabile e in più ha spesso un effetto irritante.

 

Dakin riuscì a ottenere un derivato stabile e privo di causticità neutralizzandolo con acido borico, e Carrel, all’epoca molto noto, iniziò a utilizzarlo per le medicazioni durante la chirurgia. Una grande diffusione avvenne negli anni della guerra proprio per gli interventi sui soldati feriti in battaglia. Secondo quanto riporta lo storico della medicina Giorgio Cosmacini in Guerra e Medicina – Dall’antichità a oggi, dopo i combattimenti di Verdun la mortalità tra i feriti non trattati con la soluzione di Dakin-Carrel fu altissima, nell’ordine del 90 per cento, mentre in quelli su cui fu utilizzata fu solo del 10-15 per cento.

 

Disinfezione in rosso. Oggi non viene più utilizzata, al contrario di un altro antisettico che invece si trova ancora adesso nei nostri armadietti dei medicinali: la tintura di iodio. Questo disinfettante dal caratteristico colore rosso fu inventato nel 1908 dal medico istriano Antonio Grossich e venne utilizzato per la prima volta nel 1911-12 durante la guerra italo-turca. Il metodo di applicare la tintura per sterilizzare il campo operatorio una decina di minuti prima dell’intervento, e poi ancora dopo l’anestesia e alla conclusione, dopo i punti di sutura, contribuì probabilmente a salvare moltissime vite.

 


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13 Novembre 2014 | Chiara Palmerini