Salute

Placebo: una cura fatta di niente

La sua efficacia è stata a lungo fonte di imbarazzo per medici e ricercatori, perché mette in dubbio il valore di rimedi anche molto costosi.

Medicine che funzionano sempre, anche se dentro c'è solo acqua fresca: si chiama effetto placebo ed è noto da sempre. Recentemente, però, la scienza si è chiesta come funziona e perché, scoprendo che il successo del placebo sembra collegato alla produzione di dopamina, una sostanza prodotta dal nostro organismo che funziona da neurotrasmettitore e che attiva dei recettori, alcuni dei quali agiscono in un'area del cervello correlata alla percezione del piacere e del dolore. Un risultato che, se confermato, potrebbe avere grande importanza anche nell'individuazione di nuove terapie.

Non vale per tutti, ma per tanti sì: ad alcune persone, la sola idea di ingerire una pillola, a prescindere da cosa contenga, fa passare tutti i mali. E quando i mali non sono immaginari, c'è proprio da chiedersi... com'è possibile? La risposta la propone una ricerca recente: l'effetto placebo sarebbe collegato alla produzione di dopamina, un neurotrasmettitore che agisce, tra l'altro, in un'area del cervello nota come "nucleo accumbens", che riveste un ruolo basilare rispetto alla percezione del piacere e del dolore.

Lo scanner dell'anima. Psichiatri dell'Università del Michigan hanno somministrato a un gruppo di volontari un'iniezione dolorosa, rassicurandoli sul fatto che in seguito sarebbe stato dato loro un analgesico. A tutti è stato invece dato un placebo. Poi, gli stessi volontari sono stati sottoposti a una tomografia a emissione di positroni (PET) per osservare l'effetto del finto antidolorifico, che era una comune soluzione salina. Effetto che si è presentato, ma solo in coloro in cui lo scanner ha evidenziato un'elevata attività cerebrale legata alla dopamina. Mentre alcuni dei volontari, per i quali il placebo non ha funzionato, hanno accusato addirittura più dolore (in questo caso si parla di effetto nocebo).

Il potere dell'aspettativa. Qualche giorno dopo gli scienziati hanno sottoposto i volontari a una risonanza magnetica funzionale (fMRI), per vedere quali aree del cervello si attivavano durante un gioco che avrebbe potuto fare loro vincere del denaro (meccanismo di gratificazione). Ebbene, anche in quel caso è stato il nucleo accumbens a mostrare un'elevata attività, e negli stessi soggetti che già erano risultati "positivi" al test del placebo. «L'attività dopaminica in risposta a un placebo è direttamente proporzionale ai benefici che un paziente si aspetta di ricevere», sono state le conclusioni di Jon Kar Zubieta, professore di psichiatria all'University of Michigan e coordinatore della ricerca. «Più crediamo che una pillola abbia effetto, più ne avrà. Avere acquisito oggi questa evidenza scientifica potrebbe essere di grande aiuto per individuare nuove terapie per soggetti particolarmente sensibili ai principi attivi dei farmaci che devono prendere.

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26 luglio 2007 Focus.it
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