Salute

La peste nera ha lasciato segni indelebili sul DNA umano

La peste nera ha influito sul corso dell'evoluzione umana, favorendo l'espressione di geni protettivi che oggi hanno però un effetto controproducente.

La peste nera ha impresso una svolta indelebile alla storia dell'evoluzione umana, lasciando tracce del suo passaggio nel nostro genoma e cambiando il modo in cui rispondiamo a certe malattie. Secondo uno studio pubblicato su Nature, la pandemia più letale della storia, che dalla metà del Trecento e in pochi anni si portò via la metà della popolazione europea, avrebbe favorito l'espressione di alcune varianti nei geni che governano il sistema immunitario: in particolare di quattro piccole alterazioni che diventarono più comuni dopo la piaga, perché connesse a una maggiore probabilità di sopravvivenza.

Ma la protezione fornita da queste varianti non è arrivata "gratis". Oggi, allontanata la minaccia della peste, due di esse sono legate a un rischio aumentato di malattie autoimmuni, come il morbo di Crohn e l'artrite reumatoide.

Impronte nascoste. Luis Barreiro, genetista dell'Università di Chicago e coautore dello studio, è partito dall'ipotesi che un evento catastrofico come la Peste nera, un'infezione partita dall'Asia e sostenuta dal batterio Yersinia pestis, possa aver lasciato tracce nell'evoluzione del sistema immunitario umano. Per verificarlo, ha analizzato oltre 200 campioni di DNA estratti dalle ossa e dai denti di persone morte prima, durante (cioè a causa di) e due generazioni dopo la peste nera, focalizzandosi sui geni legati all'immunità. 

Cambiamenti protettivi. Sono così saltate all'occhio quattro varianti che sembrano essere state selezionate durante la pandemia di peste, perché risultano più comuni nei sopravvissuti all'infezione. Una di queste varianti altera l'espressione di un gene chiamato ERAP2, che codifica per una proteina capace di sminuzzare le proteine batteriche in tanti pezzi e di esporle sulla superficie dei macrofagi (cellule immunitarie) in modo da allertare il resto del nostro sistema difensivo: una specie di sirena d'allarme che segnala la presenza di un'infezione.

La versione "buona", cioè la più funzionale di questa variante, fornisce una migliore protezione contro il batterio della peste: la presenza di questa variante avrebbe garantito, secondo gli scienziati, il 40% di probabilità in più di sopravvivere all'infezione.

Eccesso di sorveglianza. Ma lo stesso tratto che nel 14esimo e nei secoli successivi garantì una protezione notevole contro la peste, oggi ha un impatto sulla sensibilità a malattie autoimmuni. Come se, passata la peste, fossimo rimasti con un sistema immunitario ipervigile che non sempre risulta vantaggioso. La stessa variante del gene ERAP2 che protegge dalla peste è nota per favorire la malattia di Crohn (una patologia infiammatoria cronica intestinale), mentre una seconda delle varianti studiate è legata a un maggiore rischio di artrite reumatoide, un altro tipo di malattia autoimmune.

Silenziose rivoluzioni. Quello appena pubblicato è il primo studio che mostra come una pandemia possa segretamente modificare il genoma della popolazione esercitando una fortissima pressione selettiva. Lo abbiamo dimostrato con la peste, chissà che in futuro qualcuno non possa scoprire qualcosa di analogo sulla CoViD-19.

24 ottobre 2022 Elisabetta Intini
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