Salute

Nuova "variante inglese" del coronavirus: che cosa sappiamo finora

Facciamo il punto, a domande e risposte, sulle conoscenze scientifiche disponibili sulla nuova variante inglese del coronavirus di cui tanto si parla.

La rapida diffusione di una nuova "variante inglese" di coronavirus SARS-CoV-2 (così definita perché individuata nel sud dell'Inghilterra) ha portato a un inasprimento delle misure di prevenzione del contagio per milioni di persone, al blocco in molti Paesi dei collegamenti aerei con il Regno Unito e a una buona dose di panico e scoramento generali. Che cosa sappiamo sulla VUI-202012/01 (dove VUI sta per Variant Under Investigation) ancora allo studio degli esperti? Abbiamo cercato di riassumere le poche certezze, e le molte incognite ancora aperte qui sotto, a domande e risposte.

Da quanto tempo è nota questa nuova variante? La variante VUI – 202012/01 del coronavirus SARS-CoV-2 è stata individuata per la prima volta nel Regno Unito ad ottobre dal consorzio COVID-19 Genomics UK (COG-UK) in un campione raccolto il mese precedente, ma ha iniziato a diffondersi molto rapidamente nelle ultime settimane. Il 13 dicembre erano già stati identificati 1100 casi della nuova variante, la maggior parte nel sud e nell'est dell'Inghilterra: è un numero molto elevato, perché solo una piccola porzione dei campioni virali prelevati viene completamente sequenziata.

Quali caratteristiche ha? La nuova variante è definita da 17 mutazioni genetiche che possono influire sulla forma del virus, in particolare sulla proteina Spike, la chiave di ingresso che il coronavirus usa per infettare le cellule. Molte di queste mutazioni erano già state trovate in precedenza in altri campioni virali, la differenza è che nella nuova variante sono presenti tutte insieme contemporaneamente. I coronavirus cambiano in continuazione ed esistono moltissime varianti di SARS-CoV-2 che differiscono per una o due mutazioni (a luglio erano già 12.000): la cosa insolita è averne presenti in un numero così elevato in un singolo virus.

Come spiega il New Scientist, due campioni qualunque di SARS-CoV-2 prelevati in due diverse parti del mondo in genere si distinguono per non oltre 30 mutazioni. Appartengono dunque allo stesso ceppo, ma a diversi lignaggi. In Europa circola soprattutto il lignaggio B.1, e quello riconosciuto nel Regno Unito è un sottolignaggio che sembra si stia diffondendo con una certa velocità.

Perché questa variante è motivo di preoccupazione? Per tre ragioni principali. Perché nel Regno Unito sta rapidamente rimpiazzando le altre versioni di SARS-CoV-2: come spiegato su BBC, a novembre circa un quarto dei casi di covid a Londra erano causati dalla nuova variante. A metà dicembre erano i due terzi dei casi. Perché le sue mutazioni hanno effetti su una parte del virus importante per la sua trasmissibilità e per il contagio; e perché alcune delle mutazioni individuate sono già note per migliorare, in laboratorio, l'abilità del virus nell'infettare le cellule. Qui sotto si vede come la nuova variante sia diventata progressivamente dominante nei sequenziamenti del virus effettuati da alcuni laboratori inglesi.

Quali sono queste mutazioni? Come chiarito da BBC, sorvegliati speciali nella nuova variante sono due particolari tipi di mutazioni, entrambi riguardanti la proteina Spike. La prima, la mutazione N501Y, già presente in campioni di virus analizzati in Sud Africa e in Australia, altera il dominio di legame al recettore (RBD, Receptor Binding Domain), la regione di Spike responsabile del primo contatto con la superficie delle nostre cellule.

L'altra mutazione, chiamata delezione H69/V70, è già emersa più volte dall'inizio della pandemia, come per esempio in popolazioni di visoni infetti. Uno dei timori è che gli anticorpi dei sopravvissuti alla covid siano meno efficaci nel respingere coronavirus con questo tipo di mutazione. Anche in questo caso, è inutile allarmarsi prima che esami di laboratorio confermino i timori: il corpo umano impara infatti a respingere diversi punti della proteina Spike e non uno soltanto. Inoltre, se così fosse si dovrebbero vedere molti casi di reinfezioni di persone che hanno già avuto la covid, ma questo finora non è avvenuto.

Queste mutazioni stanno rendendo la CoViD-19 più facile da trasmettere? Il sospetto c'è, ma la verità è che è impossibile al momento saperlo con certezza. Il fatto che la nuova variante si stia diffondendo più velocemente delle altre, che sia diffusa in un'area con una forte diffusione della covid, che le mutazioni agiscano sulla Spike e che in laboratorio rendano la trasmissione più facile fanno pensare possa essere così, e anche l'OMS è stata allertata a riguardo. Ma per capire se il virus nella nuova variante sia davvero più infettivo serviranno nuovi sequenziamenti e alcune settimane di indagini in laboratorio.

E se fosse davvero più infettiva? Le misure di prevenzione del contagio come il distanziamento fisico, l'uso costante e attento di mascherine e il lavaggio delle mani sono comunque più importanti di qualunque mutazione il virus possa conquistare. Mentre aspettiamo di essere vaccinati è fondamentale ridurre il più possibile la capacità del virus di diffondersi ulteriormente (e acquisire mutazioni favorevoli). Del resto fa parte della strategia del virus adattarsi all'ospite che sta infettando e trovare la strategia migliore per diffondersi più facilmente.

La nuova variante causa sintomi più gravi? Al momento non ci sono elementi per poterlo affermare. Come ha spiegato al Guardian Ewan Birney, Vice Direttore Generale dell'European Molecular Biology Laboratory e co-direttore dell'European Bioinformatics Institute di Cambridge: «Se la nuova variante avesse avuto un impatto sulla gravità della malattia, ormai ce ne saremmo accorti. I casi ospedalieri in relazione al numero delle infezioni avrebbero subito un'impennata o sarebbero diminuiti drasticamente. Nulla di questo è accaduto, quindi possiamo concludere che l'impatto sul numero di casi gravi è probabilmente modesto».

Tuttavia se la variante fosse capace di diffondersi più facilmente e non adottassimo comportamenti adeguati a proteggere noi stessi e gli altri, più persone potrebbero essere infettate, e questo comporterebbe comunque un maggiore bacino di utenti a rischio di forme gravi di covid, oltre ad appesantire il sistema ospedaliero.

La variante potrebbe influire sull'efficacia dei vaccini? I vaccini anti-covid sono stati testati su molte varianti del virus in circolazione e sono efficaci contro tutte quelle testate. I vaccini sviluppati finora allenano il sistema immunitario a produrre diversi tipi di anticorpi contro diverse porzioni di Spike, per cui piccole alterazioni nel genoma del virus non dovrebbero ridurne l'efficacia. Nello scenario peggiore in cui ciò dovesse accadere, fortunatamente i vaccini anti-covid sono studiati su piattaforme estremamente flessibili e adattabili che consentono rapidi adattamenti. In futuro potrebbe accadere che siano da aggiornare periodicamente come quelli contro l'influenza. A maggior ragione è importante impedire al virus di diffondersi e accumulare mutazioni che potrebbero favorire la resistenza ai vaccini. E nel frattempo, accelerare la campagna vaccinale.

Da dove viene questa nuova variante? La spiegazione più probabile è che sia emersa in un paziente con un sistema immunitario particolarmente indebolito incapace di battere il virus: in questo organismo ospite il SARS-CoV-2 avrebbe avuto il tempo necessario per accumulare mutazioni utili. Un'altra ipotesi è che la variante circoli in realtà già da molto tempo e che il Regno Unito, che può contare su un sistema di sorveglianza tra i più avanzati d'Europa, semplicemente l'abbia riconosciuta per primo. Infatti, dopo l'uscita della notizia a Londra si sono moltiplicate le tracce della "nuova" variante anche in altri Paesi, Italia compresa. Del resto, dai tempi in cui si parlava di polmonite cinese ad oggi una cosa dovremmo averla capita: identificare un virus o una sua variante con un luogo geografico è un esercizio inutile e dannoso.

21 dicembre 2020 Elisabetta Intini
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