Niente alcol se siete (o potreste essere) incinte

Una raccomandazione dall'ente per la tutela della salute ha scatenato reazioni ironiche. Le intenzioni erano buone, il tono sbagliato.

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Non toccate alcol se state cercando una gravidanza, o se potreste essere incinte. In pratica, i CDD, l’agenzia governativa che si occupa della salute pubblica negli Stati Uniti, ha suggerito a milioni di donne americane, tutte quelle in età fertile, che sono sessualmente attive e non fanno uso di contraccettivi, di astenersi da qualunque bevanda alcolica per non correre il rischio di danneggiare il feto, magari prima ancora di sapere di essere incinte.

 

giù il bicchiere, siete donne (fertili). Una raccomandazione che è stata accolta con un misto di incredulità, ironia e indignazione sui media e sui social network in America. Il ragionamento seguito dall’agenzia, e condensato in un rapporto della serie Vital Signs diretta al pubblico, in sé, non fa una piega: il consumo di alcol durante la gravidanza può causare danni al feto, in particolare i disturbi che appartengono alla sfera della cosiddetta sindrome feto-alcolica.

 

Più di tre milioni di donne americane rischiano di esporre i loro bambini all’alcol perché bevono, hanno rapporto sessuali e non utilizzano contraccettivi per prevenire una gravidanza; metà delle gravidanze sono non-pianificate, e comunque la maggior parte delle donne non sa di essere in attesa fino a 4-6 settimane dall’inizio della gravidanza. In sintesi: meglio evitare di bere del tutto.

 

I danni dell'abuso. Che il consumo di elevate quantità di alcol sia dannoso durante la gravidanza è accertato. Negli anni ’70 fu identificata la cosiddetta sindrome feto-alcolica, in cui i bambini nati da madri alcolizzate presentavano tutta una serie di problemi: tratti del volto caratteristici, anomalie nello sviluppo e ritardo nella crescita, a volte deficit cognitivi e problemi comportamentali, malformazioni cardiache.

 

 

Il rischio di partorire un bambino con sintomi della sindrome fetale alcolica è ritenuto del  30-40 per cento nel caso la gestante consumi grandi quantità di alcol durante la gravidanza. A questa consapevolezza crescente hanno fatto seguito campagne pubbliche per informare le donne sui rischi del consumo di alcol durante la gravidanza, che però hanno assunto, specialmente nei paesi anglosassoni e negli Stati Uniti in particolare, i toni della crociata morale più che della campagna di salute pubblica.

 

Come hanno sottolineato alcune studiose di sociologia, per esempio Elizabeth Armstrong, si è spesso trascurato di sottolineare il fatto che l’abuso di alcol va di solito a braccetto con altri fattori, come il fumo, la povertà e a volte la malnutrizione, a loro volta importanti fattori di rischio per la salute del feto.

 

E un bicchiere ogni tanto? Molto meno chiari sono gli effetti del consumo di quantità modeste o minime di alcol, il classico e occasionale bicchiere di vino o di birra, tanto che su questo argomento il dibattito tra gli esperti è in corso. Alcuni studi hanno trovato un effetto negativo, per quanto piccolo, anche nel consumo occasionale; altri non hanno trovato alcuna differenza (per esempio di disturbi del comportamento o quoziente intellettivo) tra i figli nati da donne che, incinte, hanno bevuto modeste quantità di alcol e quelle completamente astemie.

 

Altri ancora hanno trovato addirittura un piccolo effetto favorevole nei figli delle donne che hanno dichiarato di avere consumato occasionalmente alcol in gravidanza (e questo potrebbe essere dovuto al fatto che il consumo moderato e occasionale è associato in genere alle classi sociali più avvantaggiate). In questa situazione di incertezza, unita al fatto che non è stato possibile individuare una soglia al di sotto della quale sicuramente non c’è alcun rischio, molte agenzie di sanità pubblica - inclusa la nostra - seguono un principio di precauzione: poiché “non c’è una quantità di alcol ritenuta sicura”, e magari traducibile ai fini pratici in una raccomandazione del tipo “un bicchiere di vino al giorno va bene, oltre no”, meglio astenersi del tutto.

 

 

Questione di tono. Niente di nuovo, quindi. Stavolta, però, il tono della pubblicazione dei CDC, suonato paternalistico e condiscendente verso le donne, ha fatto davvero storcere il naso a molti. Davvero è realistico consigliare di astenersi da (qualunque quantità di) alcol prima ancora di essere incinte, o se solo c’è la possibilità teorica di esserlo - quindi, per una donna sessualmente attiva che non fa uso di contraccettivi, dalla pubertà alla menopausa?

 

Come ha ironizzato una giornalista su The Atlantic, il linguaggio di questo rapporto insinua che la donna (e il suo utero) sia una specie di contenitore in cui non devi versare alcol fino a che non ci hai scrutato dentro per essere sicuro al 100 per cento che sia vuoto...

 

colpevolizzate. Un po’ quello che addirittura un articolo su Nature, non molto tempo fa, sottolineava: ogni generazione ha trovato il suo modo per incolpare le madri della cattiva salute dei figli, e anche un sorso occasionale di spumante per un brindisi può diventare in certe circostanze motivo di riprovazione. Le intenzioni dei CDC erano sicuramente buone ma - è la dimostrazione, una volta di più - anche il modo in cui i contenuti vengono comunicati conta. E molto.

 

 

06 Febbraio 2016 | Chiara Palmerini