Scienza

Medicina: diabetologi, no a test genetici inutili e occhio a chi vende fumo

L'esperto mette in guardia, esami non ancora maturi per routine clinica e mercato

Milano, 19 ott. (AdnKronos Salute) - I test genetici rappresentano sempre più spesso un pilastro della moderna medicina personalizzata o 'di precisione', per prevedere sia il rischio di sviluppare una malattia sia l'efficacia e gli effetti collaterali di un trattamento. Ma nel caso dei farmaci ipoglicemizzanti anti-diabete "le risposte che abbiamo acquisito finora non sono tali da poter impattare in modo significativo sull'attività clinica quotidiana". E "anche se la speranza di tutti è che gli studi in corso possano rappresentare in futuro uno strumento utile in clinica", a oggi "non ha veramente senso buttare via soldi per fare analisi genetiche la cui offerta è sempre più pressante sul mercato". A mettere in guardia i pazienti dai "venditori di fumo" è il diabetologo Vincenzo Trischitta, intervenuto a Riccione al congresso 'Panorama Diabete' organizzato dalla Sid (Società italiana di diabetologia).

Questi esami "non sono ancora maturi per la pratica clinica e tanto meno per il mercato", afferma l'esperto, del Dipartimento di medicina sperimentale dell'università Sapienza di Roma e del Laboratorio di ricerca diabetologica ed endocrinologica dell'Irccs 'Casa Sollievo della Sofferenza' di San Giovanni Rotondo (Foggia).

"In questo momento, però - precisa - abbiamo in mano solo informazioni precliniche. Preziose per i ricercatori perché permettono di gettare luce sui meccanismi alla base delle malattie o nel dare ispirazione per costruire nuove terapie. Meno utili per i medici perché in questo momento non danno alcun vantaggio, tranne rarissimi casi, nella cura dei pazienti".

Ma la ricerca sul diabete procede anche sul fronte genetico. Un esempio. Studi degli ultimi 10 anni - ricorda la Sid - hanno portato a scoprire una forma rarissima di diabete dei neonati, il Dmnp (diabete mellito neonatale permanente), che colpisce meno di un bambino su 500 mila e compare entro i 6 mesi di vita. Non ha nulla a che vedere con il diabete di tipo 1, nel quale il pancreas viene distrutto da una risposta autoimmune che impedisce la produzione di insulina.

I piccoli con Dmnp hanno tante beta-cellule fabbrica di insulina, ma non riescono a secernere l'ormone a causa di un blocco geneticamente determinato. Il team di Andrew Hattersley dell'università di Exeter (Gb) ha osservato che in almeno la metà di questi bimbi il 'difetto di fabbrica' sta in 2 geni (KCNJ11 e ABCC8), codificanti per 2 proteine (Kir6.2 e SUR1) parte dei canali del potassio che consentono la secrezione di insulina da parte del pancreas.

"Questa mutazione - spiega Trischitta - insiste su una proteina per la quale avevamo già a disposizione il farmaco giusto, la sulfanilurea, usata da diversi decenni nel trattamento del diabete di tipo 2". La scoperta ha avuto dunque un'importante ricaduta sulla terapia di questi pazienti, perché ha permesso di traghettarli dalle iniezioni di insulina all'assunzione di un farmaco per bocca, previa corretta diagnosi attraverso un test genetico ad hoc.

Ma anche il diabete di tipo 2, la forma 'adulta' associata agli stili di vita, è nel mirino della ricerca genetica. "Uno dei guru della farmacogenetica applicata al diabete 2 - riferisce Trischitta - si chiama Jose Florez e lavora a Boston alla Harvard Medical School", utilizzando un'importante casistica americana sulla predizione del diabete per testare l'impatto dei polimorfismi genici sull'effetto di comuni farmaci ipoglicemizzanti come la metformina.

Questo medicinale viene usato dall'organismo grazie al corretto funzionamento di una serie di trasportatori che veicolano la metformina dall'intestino al sangue, e da qui al fegato. Florez è andato a studiare come queste proteine trasportatrici modulano la risposta al farmaco, scoprendo che la variabilità genetica di alcune svolge in effetti un ruolo importante.

E' stato anche osservato che i geni predisponenti al diabete influenzano la risposta ad alcuni farmaci. Il gene TCF7L2 è stato indicato come il più importante nell'esporre al rischio di diabete di tipo 2, e un gruppo di ricercatori scozzesi ha dimostrato che questo stesso gene modula una diversa risposta del paziente al trattamento con sulfaniluree. Un altro gene, l'IRS1, funziona invece da traduttore del messaggio dell'insulina a livello delle cellule bersaglio. E una sua mutazione particolare, oltre ad aumentare la probabilità di diabete, modula anche l'efficacia della terapia di associazione con metformina e sulfanilurea.

19 ottobre 2015 ADNKronos
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