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Medicina: allarme cuore migranti, da Milano appello per progetti ad hoc

Cardiologi a summit Fondazione De Gasperis, non possiamo chiudere gli occhi

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| ADN Kronos

Milano, 24 set. (AdnKronos Salute) - Una comune radiografia di un torace, pane quotidiano per un cardiologo. E un'immagine ai raggi X che ha fatto il giro del mondo: quella che svela il corpo di un bambino di 8 anni rannicchiato in un trolley nel disperato tentativo di passare la frontiera con l'Europa. Radiografie della modernità che "invitano a riflettere. I medici non possono chiudere gli occhi", è l'appello di Maria Frigerio, direttore del De Gasperis Cardiocenter dell'ospedale Niguarda Ca' Granda di Milano. "La migrazione esiste e può avere un impatto sulle malattie". E i cuori dei migranti sono tanti, diversi e "hanno bisogno di progetti di educazione e prevenzione ad hoc", dice l'esperta all'AdnKronos Salute in occasione del 49° Convegno di cardiologia organizzato nel capoluogo lombardo dal Dipartimento De Gasperis del Niguarda.

 

Un monito al mondo dei camici bianchi, nell'anno di Expo. "Se infatti l'Esposizione universale ha messo sotto i riflettori l'interazione fra alimentazione e salute dietro lo slogan 'Nutrire il pianeta' - osserva Frigerio - i cardiologi sottolineano che oggi il pianeta è in movimento. Ed è emerso che, quando i migranti si spostano nei nostri Paesi, il loro rischio cardiovascolare aumenta".

 

E' su questo che si è focalizzato l'intervento di Charles Agyemang, professore associato dell'Academic Medical Centre dell'università di Amsterdam e vicepresidente della Sezione Migrant Health dell'European Public Health Association (Eupha), 15 anni di ricerche dedicate ai 'cuori in trasferta'. Dall'ipertensione al diabete, fino all'obesità: sono le minacce scritte nel Dna di alcune etnie, che lontano da casa - anche a seconda della destinazione, della dieta e degli stili di vita tipici del Paese 'di approdo' - possono aggravarsi fino a scatenare eventi pericolosi per la vita.

 

Sul fronte del rischio cardiovascolare, spiega Agyemang, "esistono importanti differenze a seconda dei gruppi etnici e molti fattori di rischio sono significativamente più alti e a volte più difficili da trattare". Qualche esempio: "L'ipertensione è più comune in chi arriva dall'Africa occidentale, il diabete è più frequente in quasi tutte le minoranze etniche con un picco di persone colpite fra chi proviene dall'Asia meridionale, gruppo in cui sono più comuni anche malattie coronariche e ictus".

 

Un elemento che pesa sull'incidenza dello stroke, e prima ancora sui fattori di rischio che lo possono scatenare, sono le disuguaglianze socioeconomiche, fa notare l'esperto autore di uno studio che ha mappato i diversi nemici del cuore nella popolazione straniera residente ad Amsterdam, pubblicato sull''International Journal of Cardiology'. "Più è basso lo status socioeconomico, più è alto il rischio di ictus", commenta Frigerio.

 

Oltre al cuore, poi, nei migranti anche i reni a volte soffrono di più. Da un'altra ricerca firmata da Agyemand su 'Ajkd', è emerso che la prevalenza delle malattie renali croniche è più alta in tutte le minoranze etniche che si sono stabilite nei Paesi Bassi, rispetto alla popolazione olandese. La percentuale massima si registra nei turchi.

 

"Ma il gap socioeconomico - fa notare Frigerio - non basta a spiegare le differenze nei numeri di queste patologie". E anche se "il contributo del mix ambiente-Dna non è stato ancora ben definito nei vari gruppi etnici", puntualizza Agyemand, sembra certo che "genetica ed epigenetica possono giocare un ruolo".

 

Il messaggio è che "non possiamo permetterci di ignorare le diversità all'interno dell'Europa e il loro impatto sulla salute delle minoranze". E' proprio su questo che punta i riflettori il progetto Ue 'Rodam' di cui l'esperto è coordinatore scientifico, che si focalizza in particolare sulla popolazione ghanese. Gli obiettivi: misurare le differenze sull'impatto di diabete di tipo 2 e obesità tra i migranti che dal Paese africano si sono trasferiti in diversi Stati europei e quelli che sono rimasti in patria, in zone urbane o rurali; identificare fattori chiave genetici, epigenetici, biochimici e ambientali, e il rispettivo contributo a diabete 2 e obesità; esplorare le interazioni tra genetica e stili di vita nelle due malattie; indagare su come vengono percepite e su quanto sono conosciute.

 

"In un'Europa sempre più multietnica - conclude Agyemang - serve più ricerca". Non solo: "Le minoranze etniche devono essere prese in considerazione nelle linee guida nazionali ed europee, e sono necessari programmi preventivi che tengano in considerazione anche le differenze culturali".

 

24 settembre 2015 | ADNKronos

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