Cannabis: tutto ciò che c'è da sapere vai allo speciale

La marijuana? La fa lo Stato

La cannabis terapeutica funziona. Per questo il governo ha deciso di farla coltivare in Italia. Dall’Esercito. Fra camici e divise, siamo entrati nella prima serra militare.

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Le prime piantine di cannabis nella serra pilota militare a Firenze: il tecnico sta verificando il Ph del terreno all’interno dei vasi.|Roberto Caccuri/Contrasto

A vederle nei loro vasi sotto la luce arancione delle lampade si stenta quasi a credere che queste piantine dall’aria macilenta siano “sorvegliate speciali”.

 

Siamo allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, e i vegetali oggetto di insolite attenzioni sono un’ottantina di talèe di canapa che hanno dato il via alla prima coltivazione italiana della marijuana per uso medicinale. Un compito delicato sotto molti punti di vista (scientifico, legale ed economico) e per questo affidato dai ministeri della Salute e della Difesa a un organismo militare.

 

Dopo circa un anno di lavoro, oggi i pazienti hanno a disposizione il farmaco che una volta veniva importato dall’Olanda tra mille difficoltà. Perché i motivi per assumere, in dosaggi controllati, la cannabis, sono davvero tanti. Primo fra tutti: combattere il dolore.

Da droga a farmaco. Da ormai diversi anni si sono accumulati dati clinici a sostegno dell’idea che la cannabis possa essere un rimedio utile nel trattamento di alcune forme di dolore cronico e della spasticità che deriva da malattie o traumi del sistema nervoso. C’è chi ritiene che il suo potenziale si estenda anche a diverse altre malattie, dal morbo di Parkinson all’epilessia fino ad alcuni tumori.

 

Le legislazioni in molti Paesi del mondo – dalla Francia alla Germania agli Stati Uniti – si sono adattate per regolamentare e decriminalizzare il suo uso per scopi medici, o addirittura per consentirlo per scopo ricreativo, come hanno fatto la Spagna o gli Stati di Washington, Oregon, Alaska e Colorado, negli Usa.

 

Il dibattito è acceso tra chi la considera un ausilio medico efficace e chi ritiene i benefici limitati, e comunque inferiori al rischio che la sua diffusione come farmaco faciliti l’uso come droga.

 

Il New England Journal of Medicine ha analizzato in un articolo il caso del Colorado, dove dal primo gennaio 2014 è permesso coltivare in casa le piante e detenere l’equivalente di 50 sigarette di marijuana: secondo i primi dati, il consumo tra gli adolescenti è rimasto stabile o è leggermente sceso, mentre l’entrata in commercio di prodotti alimentari a base di cannabis – dolci, caramelle, bevande – ha fatto registrare alcune ingestioni accidentali di dosi elevate e avvelenamenti da parte di bambini.

La raccolta di canapa in una piantagione di Israele, dove la cannabis è consentita a scopo terapeutico dal 1993. A oggi sono circa 11 mila lgli israeliani che si curano con la Cannabis | Reuters/Contrasto

legalità limitata. In Italia l’uso terapeutico della cannabis è previsto dal 2007, ma nella pratica per i pazienti non è mai stato semplice procurarsi i medicinali, sia per la lunga trafila burocratica necessaria, sia per i costi: i farmaci a base di cannabis devono essere importati dall’estero ed erano, fino a poco tempo fa, interamente a carico del paziente. Nel 2013 un decreto legge ha semplificato le cose, consentendo ai medici di base di prescriverli, e undici regioni (Toscana, Puglia, Veneto, Liguria, Marche, Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo, Sicilia, Umbria, Basilicata, Emilia-Romagna) hanno introdotto leggi specifiche sui medicinali a base di cannabis, accollando i costi al servizio sanitario regionale per l’uso in alcune patologie. 

È in questo contesto più favorevole che si è deciso di partire con una produzione made in Italy e “di Stato” della cannabis medicinale, affidandola all’officina farmaceutica militare di Firenze. Nelle intenzioni lo scopo è risparmiare sui costi dell’importazione, “centralizzare” la produzione, e sottrarla alle iniziative fai-da-te. «I medicinali basati sulla cannabis sono di fatto un farmaco orfano: utile per alcune patologie ma importabile solo dall’Olanda con difficoltà e a caro prezzo», spiega il generale Giocondo Santoni, fino a pochi mesi fa direttore dello stabilimento di Firenze e ora a capo della business unit “farmaceutico” dell’Agenzia Industrie Difesa da cui l’impianto dipende, e che ha investito circa un milione di euro nell’operazione.

Gita in serra. Il giorno che abbiamo visitato lo Stabilimento, le talèe di cannabis erano appena arrivate dal Cra-Cin di Rovigo, il Centro di ricerca per le colture industriali che ha avviato dieci anni fa i programmi di sviluppo delle varietà per la canapa medicinale a scopo di ricerca (le piante coltivate, a fine studio, vengono distrutte). 

 

| Matthias Jung/Laif/Contrasto

Con cure degne di neonati cagionevoli, le piantine sono state trasferite nella “serra” sperimentale, in realtà una stanza chiusa in un seminterrato dello stabilimento a temperatura e umidità controllate e con aria filtrata, in cui irrigazione e nutrimento arrivano tramite un sistema di tubature. Possiamo entrare solo dopo avere indossato camice da laboratorio e calzari. I militari di Firenze, per quanto entusiasti di illustrare il progetto, prendono molto sul serio l’aspetto “sicurezza” – «agiamo nell’ambito della normativa sugli stupefacenti», sottolinea il colonnello Antonio Medica, direttore dello Stabilimento – e pertanto non divulgano dettagli troppo specifici sulle procedure di coltivazione e consentono un accesso limitato alla serra. Tante precauzioni, dicono, sono necessarie anche per la salute dei vegetali, in particolare per evitare che dall’esterno arrivino pollini che le fecondino e facciano perdere parte del raccolto.

 

Le piante, di una linea genetica selezionata, sono infatti tutte femmine (le uniche da cui si ricavano i fiori) e cloni (identiche tra loro) per l’esigenza di arrivare a un prodotto il più possibile standardizzato. Inoltre, mentre in natura la canapa è resistentissima, quasi un’infestante, quella così selezionata è molto più delicata. «La cannabis è una pianta annuale che in condizioni controllate viene forzata a sviluppare un ciclo completo in 90-120 giorni, per produrre a regime tre raccolti l’anno», spiega Medica.

 

Dalla serra al barattolo. Ma a cosa serve questo ulteriore passaggio in serra sperimentale, dopo che in realtà la coltivazione è stata fatta per anni a scopo di ricerca? È una tappa essenziale anche per ragioni burocratiche: consente infatti di ottenere le necessarie autorizzazioni all’uso come farmaco, e di standardizzare il raccolto.

 

La fase sperimentale (più lunga del previsto) è appena terminata e a breve partirà la coltivazione su più larga scala per la produzione effettiva in serre del tutto simili a quella sperimentale. La parte utile della pianta, l’infiorescenza, verrà essiccata, setacciata e macinata, mentre tutto il resto – foglie e fusto – verrà smaltito. Il risultato finale arriverà tra qualche mese (non prima della fine dell'estate 2016) in barattolini di circa cinque grammi alle farmacie, che poi lo confezioneranno in cartine o cialde nelle dosi richieste per ogni paziente. Probabilmente il poco fantasioso nome del prodotto iniziale sarà Cannabis SM2, quello del farmaco che verrà ricavato in un secondo momento Cannabis SM19.

 

La prima varietà a essere coltivata sarà quella che contiene i due principi attivi di interesse medico, il tetraidrocannabinolo (THC), la sostanza che dà gli effetti psicotropi (ma non alle concentrazioni tipiche di questa varietà), e il cannabidiolo (CBD) in rapporto circa pari, a una concentrazione del 5 e 6 per cento sul peso (l’equivalente di uno dei farmaci attualmente importati dall’Olanda). Successivamente, dovrebbe partire la sperimentazione e la coltivazione della seconda varietà, che contiene invece solo tetraidrocannabinolo a una concentrazione di circa il venti per cento. Nella marijuana da strada, le concentrazioni dei principi attivi possono essere anche molto diverse e, soprattutto, altamente imprevedibili.

 

gli studi continuano. Dalla coltivazione della cannabis nostrana si dovrebbero ricavare i cento chili di farmaco l’anno ritenuti necessari ai pazienti italiani. «Si stima che ne abbiano bisogno circa 3mila persone, ma è un dato fortemente aleatorio», dice Medica. «C’è chi la usa ma magari ora la compra sul mercato illegale, e c’è chi la userebbe ma non lo fa perché è difficile procurarsela». Proprio sul fabbisogno le cose non sono così chiare, e molto dipenderà dal favore che incontrerà presso i medici, dalle indicazioni più o meno restrittive che le singole regioni porranno per il rimborso, dal costo finale per il paziente. 

 

Paolo Poli, direttore dell’Unità operativa di terapia del dolore all’Azienda ospedaliero-universitaria pisana (Aoup), è tra gli esperti passati dallo scetticismo all’entusiasmo. «Inizialmente pensavo: “ci sono farmaci assai più potenti per il controllo del dolore: perché usare la cannabis?”», racconta. Dopo che i suoi collaboratori hanno cominciato a proporla ai pazienti e a ricevere reazioni positive, ha organizzato un’osservazione più sistematica dei risultati. Nell’ambulatorio dedicato presso l’Aoup, la cannabis medica di provenienza olandese viene ad oggi fornita a circa seicento pazienti di diverse regioni italiane affetti da “dolori cronici” di varia natura e per cui altre terapie hanno dimostrato scarsa efficacia: spasticità ma anche artrosi, cefalea, fibromialgia, una forma di dolore muscolare accusato specialmente dalle donne e spesso neppure riconosciuto come malattia.

 

La maggior parte di loro la assume sotto forma di decotto (la legge proibisce in modo specifico di fumarla). «A dodici mesi di distanza abbiamo osservato valori del dolore su una scala da zero a dieci che, per patologie come la cefalea, era dimezzato. La cannabis medica non dà sballo, e scarsissimi effetti collaterali», afferma Poli. Nella sua esperienza, la cannabis si è dimostrata utile anche nel migliorare la qualità del sonno e l’appetito, mentre è risultata poco efficace nel controllo del dolore oncologico.

 

I detrattori sostengono che la sua efficacia sia mitizzata e che l’evidenza scientifica in suo favore sia finora troppo debole. Anche per i sostenitori sarebbero necessari nuovi studi, e meglio organizzati. Gli stessi studi che, però, finora è stato molto difficile condurre proprio per le restrizioni legate alla classificazione della cannabis come sostanza stupefacente, e per il pregiudizio nei suoi confronti. D’ora in avanti, dovrebbe essere più facile dirimere la questione. 

Articolo pubblicato su Focus 272 e aggiornato a febbraio 2016

15 Febbraio 2016 | Chiara Palmerini